• TUO FIGLIO NON TI ASCOLTA? FORSE IL PROBLEMA È CHE GLI PARLI TROPPO

    TUO FIGLIO NON TI ASCOLTA? FORSE IL PROBLEMA È CHE GLI PARLI TROPPO

    Succede magari la mattina.

    Dovete uscire di casa, sei già in ritardo e tuo figlio, o tua figlia, invece di vestirsi, continua a fare tutt’altro.

    La prima volta glielo dici con calma.

    Glielo chiedi una seconda volta.

    Poi una terza.

    Alla quarta inizi a spiegare perché dovete uscire, perché siete in ritardo, perché non puoi aspettare ancora.

    Alla quinta senti la pazienza scivolare via.

    E alla sesta arriva quella frase che probabilmente hai pronunciato più volte di quanto vorresti ammettere: “Quante volte te lo devo dire?”.

    La risposta potrebbe sorprenderti.

    Troppe!

    E non perché tu stia sbagliando tutto. Non perché tuo figlio sia “maleducato” Il problema potrebbe essere molto più semplice.

    Vedi, c’è una cosa piuttosto controintuitiva che si verifica quando un bambino non collabora: più ripeti, spieghi e cerchi di convincerlo…meno le tue parole sembrano avere effetto.

    E allora fai la cosa che viene più spontanea.

    Aggiungi altre parole.

    Spieghi meglio.

    Argomenti.

    Cerchi un altro modo per farglielo capire.

    In realtà tuo figlio ha già capito perfettamente quello che gli hai chiesto. La questione è un’altra.

    Perché capire una richiesta e riuscire a seguirla non sono la stessa cosa.

    Ed è qui che molti genitori, con le migliori intenzioni, finiscono dentro una trappola.


    Il problema non è parlare con tuo figlio. È sapere quando fermarti

    Se stai cercando di crescere tuo figlio con rispetto, probabilmente c’è una cosa che non vuoi fare. Dire continuamente: “Perché lo dico io!”

    Vuoi spiegare.

    Vuoi che capisca il motivo di una regola.

    Vuoi ascoltare le sue emozioni e non reprimerle.

    Ed è una buona intenzione.

    Il problema comincia quando, senza accorgertene, passi dal comunicare un limite al tentativo di convincere tuo figlio ad accettarlo. Succede in pochi secondi.

    Il cartone finisce.

    “Adesso spegniamo.”

    “NO! Ancora uno!”

    “Avevamo detto che questo era l’ultimo.”

    “Ma è corto!”

    “Lo so, però è tardi e domani dobbiamo alzarci…”

    “Ma io non ho sonno!”

    “Capisco, però se domani sei stanco…”

    Ed eccoci. La richiesta era semplice. Il limite era chiaro. Ma improvvisamente si è aperto il tavolo delle trattative.

    Tuo figlio presenta un’obiezione.

    Tu rispondi.

    Lui ne presenta un’altra.

    Tu migliori l’argomentazione.

    E dopo cinque minuti stai difendendo l’orario della nanna come un avvocato davanti alla Corte Suprema.

    Questo è il punto che cambia tutto:

    tuo figlio non deve essere d’accordo con un limite perché quel limite sia valido https://danielascandurra.com/tuo-figlio-non-vuole-fare-mai-quello-che-gli-chiedi-ecco-5-regole-doro-per-dare-limiti-e-regole/


    Può capire perfettamente… e continuare a dire NO

    Questa è una delle cose più difficili da ricordare. Soprattutto con bambini molto svegli. Tuo figlio magari parla benissimo. Ricorda una promessa fatta tre giorni fa. Trova falle nelle tue spiegazioni con una precisione impressionante.

    “Ma ieri avevi detto…”

    “Non è giusto perché…”

    “Però se io faccio questo, allora posso…”

    A volte sembra che in casa viva un piccolo sindacalista. E quindi viene spontaneo pensare:

    “Se sa ragionare così bene, allora posso farlo ragionare.”

    Sì.

    Ma c’è una differenza enorme tra saper ragionare e saper gestire una frustrazione.

    Tuo figlio può capire perfettamente perché bisogna spegnere la TV e, nello stesso momento, non avere ancora la maturità necessaria per tollerare serenamente il fatto di doverlo fare.

    Può sapere che non si salta sul divano e continuare a saltare.

    Può conoscere la regola e arrabbiarsi quando la applichi.

    Può comprendere ogni singola parola che stai dicendo…senza riuscire ancora a fare ciò che gli stai chiedendo.

    Capire non significa automaticamente saper fare.

    Ed è qui che altre spiegazioni smettono di essere utili.


    Il vero motivo per cui continui a spiegare

    C’è un motivo molto umano per cui accade.

    Quando tuo figlio protesta, piange o si arrabbia, il tuo istinto cerca una via d’uscita. Vuoi aiutarlo. Vuoi fargli capire che non sei contro di lui. E magari vuoi anche che quella crisi finisca il prima possibile.

    Così arrivano le parole.

    “Oggi non possiamo andare al parco.”

    “NO! IO VOGLIO ANDARE!”

    A quel punto parte il fiume di parole: “Lo so che sei deluso, capisco che volevi andarci, ma è tardi, devo preparare la cena, domani ci dobbiamo svegliare presto, non è che non voglio portarti, magari sabato possiamo andarci e stare anche più tempo…”

    Fermati un secondo.

    Tuo figlio ha davvero bisogno di tutte quelle informazioni?

    Oppure cerchi, con le migliori intenzioni, di far sparire la sua delusione?

    Vedi,

    accogliere un’emozione non significa eliminarla.

    Tuo figlio può essere arrabbiato, deluso e tu puoi comunque rimanere ferma/o nel limite posto.

    “Lo so. Volevi davvero andare al parco. Oggi non possiamo.”

    Punto.

    Potrebbe piangere lo stesso?

    Certo.

    Potrebbe arrabbiarsi?

    Sì.

    Potrebbe perfino pensare che tu sia il genitore più ingiusto del pianeta per i successivi sette minuti?

    Possibile.

    Ma il tuo compito non è trovare la frase magica che renda piacevole ogni limite.

    Il tuo compito è aiutarlo ad attraversare anche ciò che non gli piace.

    Ricorda, educare non significa eliminare ogni frustrazione attraverso una spiegazione sufficientemente convincente. Ma continuare a esercitare il tuo ruolo di guida, mantenendo calma e fermezza, anche quando tuo figlio è emotivamente sottosopra.

    Se leggendo fin qui ti sei riconosciuta/o, ho preparato un webinar gratuito che puoi guardare cliccando qui. Ti aiuta a capre da dove partire https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Più ripeti, meno la prima richiesta conta

    Immagina questa scena.

    “Mettiti il pigiama!”

    Nessuna risposta.

    “Dai, mettiti il pigiama!”

    Niente.

    “Ti ho detto di mettere il pigiama!”

    Ancora niente.

    “QUANTE VOLTE DEVO DIRTELO?”

    E finalmente si muove.

    Ora guarda la stessa scena dal punto di vista di tuo figlio. Che cosa ha imparato? Forse questo: la prima richiesta è facoltativa. Anche la seconda non sembra particolarmente importante.

    Le tue parole diventano gradualmente un rumore di fondo, perché il vero segnale arriva quando cambia il tono di voce.

    Ovvio, non glielo hai insegnato intenzionalmente.

    Ma tuo figlio non impara soltanto da quello che dici. Impara soprattutto da quello che fai. Dal comportamento che vede ripetersi ogni giorno. Se dopo la prima richiesta non cambia niente, mentre dopo la quinta intervieni alzando la voce, comprende che  può anche non prestare attenzione alle prime parole.

    Ed ecco il paradosso.

    Ripeti perché vuoi dare più forza alle tue parole. Ma ripetendo continuamente rischi di insegnare a tuo figlio che le tue parole, da sole, non contano davvero.


    Mente concreta: le parole non bastano

    Qui il pensiero di Maria Montessori ci offre una chiave importante.

    Tuo figlio ha una mente profondamente concreta: per comprendere davvero qualcosa, ha bisogno di farne esperienza nella realtà. Proprio per questo una regola spiegata dieci volte può avere meno forza di un limite reso concreto una volta.

    Per esempio: tuo figlio salta sul divano. Gli dici: “Sul divano non si salta.” Ma lui continua. A quel punto hai due possibilità.

    La prima è cominciare a spiegare perché non deve farlo.

    “Ti ho appena detto che non si salta, perché puoi cadere, puoi farti male, il divano si rovina e sai benissimo che…”

    La seconda è molto meno spettacolare.

    Ti avvicini. Lo aiuti a scendere. E dici: “Sul divano non si salta. Se vuoi saltare, puoi farlo sul tappeto.”

    Poche parole. Un’azione coerente. Un’alternativa possibile.

    Il limite, finalmente, non è più una teoria. È diventato esperienza.

    Ed è proprio questo che spesso manca quando un genitore sente di aver “provato a dire tutto”.

    Non serve dire meglio. Serve rendere concreto ciò che è già stato detto.

    La parola indica il limite. Quello che fai dopo lo rende concreto https://danielascandurra.com/come-evitare-che-tuo-figlio-faccia-i-capricci-con-il-metodo-montessori/



    Se tuo figlio è altamente sensibile, troppe parole possono peggiorare tutto

    Forse hai notato che tuo figlio si accorge subito se cambia il tuo tono. Si innervosisce con rumori e confusione. Oppure vive un rimprovero o un cambiamento improvviso con un’intensità che dall’esterno sembra sproporzionata.

    Alcuni bambini hanno il tratto dell’alta sensibilità: elaborano più a fondo ciò che accade e si sovraccaricano più facilmente quando gli stimoli arrivano tutti insieme.

    E anche le parole sono stimoli https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/

    Nel momento di crisi tuo figlio sta già gestendo il “no” appena ricevuto, il tuo tono, la tua espressione, le sensazioni nel corpo, la rabbia, la delusione.

    Poi arriva la tua spiegazione, un’altra ancora, una domanda, il riferimento a quello che è successo ieri, quello che succederà domani se continua così.

    È come versare acqua in un bicchiere già pieno. Non è l’acqua il problema. È che non ce ne sta più.

    Con un bambino altamente sensibile anche una parola in più può essere motivo di sovraccarico.

    Quindi più spieghi, più cerchi di rassicurarlo, più argomenti e più la situazione peggiora. 

    Quello che lo aiuta non è un’ulteriore spiegazione, ma avere meno stimoli  da gestire nello stesso momento: meno parole, meno discorsi, una sola frase chiara. 

    Se in queste righe hai riconosciuto tuo figlio, nel mio webinar gratuito ti indico quali segnali osservare e come questa chiave può aiutarti a comprendere meglio molti suoi comportamenti https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Pratica l’economia delle parole

    Ecco cosa fare, in concreto, dalla prossima volta che metti un limite.

    1. Dillo una volta, chiaramente


    Non “Dai, per favore, se puoi, magari…”, ma: “È ora del pigiama.”

    2. Se serve, agisci


    Lo accompagni in bagno, spegni la TV, lo aiuti a scendere dal divano. Poche parole, gesto coerente.

    3. Non riempire il silenzio


    Tuo figlio protesta, dice che non è giusto, insiste. Resisti alla tentazione di rispondere a ogni obiezione. Quel silenzio non significa ignorarlo: gli dà il tempo di stare con ciò che è successo e di elaborarlo. E dà a te il tempo di non trasformare ogni limite in una discussione da vincere.

    4. Riconosci l’emozione in una frase sola


    “Lo so, è difficile smettere.” Poi basta.

    Io la chiamo economia delle parole: dire ciò che serve, dirlo chiaramente. Perché a volte tuo figlio non ha bisogno di un’altra spiegazione. Ha bisogno del tempo per fare i conti con il limite posto.


    Tuo figlio non ha bisogno di altre parole. Ha bisogno di una guida

    La prossima volta che senti il bisogno di ripetere, spiegare ancora o convincerlo, prova a fermarti.

    Non sempre tuo figlio ha bisogno di altre parole.

    A volte ha bisogno che tu sappia cosa fare anche quando lui protesta, si arrabbia o non è d’accordo con te.

    E questo vale per molte delle situazioni difficili che come genitore affronti ogni giorno.

    Capricci, opposizioni, crisi, comportamenti che si ripetono nonostante tutto quello che hai già provato.

    Non lasciarti sfuggire il passo successivo.

    Nel mio webinar gratuito ti aiuto a guardare quei momenti da un’altra prospettiva, per capire cosa c’è davvero dietro e da dove partire per intervenire.

    Puoi guardare gratuitamente il webinar cliccando qui https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy

  • “LO SO GIA’ FARE!”: PERCHE’ TUO FIGLIO RIFIUTA PROPRIO LE ATTIVITA’ CHE AMA

    “LO SO GIA’ FARE!”: PERCHE’ TUO FIGLIO RIFIUTA PROPRIO LE ATTIVITA’ CHE AMA

    Tuo figlio adora stare in acqua. Appena vede una piscina vuole entrare. Passa il tempo a provare a nuotare, immergersi, galleggiare e fare tutto da solo.

    Così pensi: “Gli piace così tanto… magari potremmo provare un corso di nuoto.”

    Glielo proponi.

    E lui, senza pensarci mezzo secondo ti risponde: “Non voglio andarci. Io so già nuotare!”

    Come, scusa?

    Oppure, tua figlia passa mezz’ora ogni giorno a ballare davanti allo specchio.

    Mette la sua canzone preferita. Inventa passi. Ricomincia da capo. Ti chiama dalla stanza: “Mamma, guarda!”

    Ballare le piace. E parecchio!

    Così un giorno fai quello che farebbe qualunque genitore. “Visto che ti piace così tanto, perché non proviamo un corso di danza?”

    Ti aspetti curiosità. Magari entusiasmo.

    E invece arriva la risposta: “No. Non mi serve. Lo so già fare!”

    E lì qualcosa non torna.

    Perché se le stessi proponendo un’attività che detesta, capiresti il rifiuto. Invece si tratta di qualcosa che ama fare e che la diverte.

    Allora provi a convincerla.

    “Facciamo una prova e poi decidi.”

    “Non devi sapere già fare tutto!”

    “È solo per divertirti!”

    Niente.

    Quel “lo so già fare” rimane piantato lì.

    E più provi a convincerla, più rimane ferma nella sua posizione.

    Il problema è che forse state parlando di due cose completamente diverse.

    Tu stai parlando di danza.

    Lei, senza riuscire necessariamente a dirtelo, probabilmente sta cercando di proteggere dentro di sè qualcosa di molto più delicato: la sensazione di essere competente.


    Finché lo fa per conto suo è un gioco. Quando deve imparare, cambia tutto

    Pensaci.

    Quando tua figlia balla davanti allo specchio ha il controllo praticamente su tutto.

    Sceglie lei la musica.

    Decide lei i passi.

    Decide lei quando ricominciare.

    Se un movimento non le viene bene, può modificarlo senza che nessuno dica niente.

    E soprattutto non c’è un’insegnante che a un certo punto la ferma: “No, aspetta. Il piede va messo così.”

    Non c’è una bambina accanto a lei che esegue perfettamente un passo che lei non ha mai provato.

    Non c’è qualcuno che le chiede di ripetere proprio quell’esercizio che non riesce a fare.

    In camera sua può sentirsi competente.

    Poi entra in una scuola di danza. E cambia tutto.

    Lì c’è qualcuno che le insegna cosa fare e come farlo. E prima o poi arriverà inevitabilmente qualcosa che non saprà fare.

    Normalissimo, no?

    Per noi adulti, ovviamente!

    È esattamente il motivo per cui si va a lezione.

    Ma prova per un momento a guardare la stessa scena dalla prospettiva di un bambino che vive l’errore con particolare intensità.

    Vedi, tu pensi: “Che bello, può imparare a ballare meglio.”

    Tua figlia potrebbe pensare: “E se lì scopro che non sono così brava come penso?”

    Sembra una differenza minuscola. Ma per alcuni bambini è enorme. E allora quel “Lo so già fare!” che sembrava così assurdo comincia ad avere una sua logica.

    Mentre leggi stai riconoscendo tuo figlio?

    Se questo modo di reagire ti sembra familiare, ho preparato un webinar gratuito per aiutarti a capire meglio cosa può esserci dietro alcuni comportamenti che, a prima vista, possono sembrarti difficili da comprendere.

    → Guarda il webinar gratuito https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Il perfezionismo può mostrarsi in modi molto diversi

    Quando pensiamo al perfezionismo immaginiamo immediatamente un bambino precisissimo, che vuole il quaderno immacolato e il disegno senza una sbavatura https://danielascandurra.com/mio-figlio-non-accetta-di-sbagliare-in-che-modo-lapproccio-montessori-puo-aiutare-i-bambini-a-tollerare-lerrore-e-a-crescere-sicuri-di-se/

    Ma sarebbe un errore fermarsi lì.

    Il perfezionismo può presentarsi in modo meno evidente. Per esempio

    • con una scenata quando qualcosa non riesce subito
    • o con il rifiuto di una correzione
    • oppure con quel bisogno esasperante di sapere esattamente cosa succederà prima di cominciare
    • o ancora con quel cambiamento improvviso che molti genitori conoscono bene: fino a trenta secondi prima tuo figlio voleva fare qualcosa a tutti i costi. Poi incontra una difficoltà. E improvvisamente parte con: “È stupido!”, “Non mi piace!”, “Non lo voglio più fare!”

    Strano?

    Non necessariamente.

    Perché se per me sbagliare significa rischiare di sentirmi “non bravo”, ho una soluzione estremamente efficace per non provare quella sensazione: smettere prima. O addirittura non iniziare affatto.

    E qui arriviamo a un punto importante.

    In alcuni bambini, non in tutti, questo modo di reagire può avere a che fare con l’alta sensibilità https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/

    Attenzione, non significa che ogni bambino che dice “Lo so già fare!” sia altamente sensibile. E nemmeno che ogni bambino perfezionista lo sia.

    Ma in alcuni di loro questo comportamento può essere un piccolo pezzo di un quadro più ampio.

    Un bambino altamente sensibile tende a elaborare profondamente quello che gli succede, a registrare molti dettagli e a reagire intensamente agli stimoli e alle esperienze.

    E questo può riguardare anche l’errore.

    Immagina una lezione di nuoto. L’istruttore di nuoto dice: “Prova a muovere le braccia così.”

    Un bambino può pensare semplicemente: “Ok.”

    Un altro: “Allora lo stavo facendo male!”

    L’istruttore non lo ha rimproverato. Non gli ha detto che non è capace. Gli ha semplicemente dato un’indicazione. Eppure quella frase è arrivata in modo diverso. Perché le parole possono essere le stesse.

    L’esperienza interiore no.

    E quella che a te sembra una tranquilla lezione di prova può essere vissuta da tuo figlio quasi come una verifica.


    Ecco perché cercare di convincerlo spesso non funziona 

    Immagina la scena: Tu dici: “Prova!” E tuo figlio ti risponde con un secco: “No!” Tu insisti: “Ma ti piace!”. E lui: “Non voglio, lo so già fare bene!”, “È solo una lezione!”, ribadisci. “Ho detto di no!” è la conclusione di tuo figlio. Indispettita gli ribatti: “Ma come fai a dire che sai già farlo se non hai mai provato?”.

    Ed è vero!

    Dal punto di vista logico il tuo ragionamento non fa una piega.

    Peccato che il problema, in quel momento non ha a che fare con la logica.

    Perché se dietro quel “Lo so già fare!” c’è proprio il bisogno di sentirsi competente, hai appena trasformato la conversazione in una discussione sulla sua competenza.

    Il punto non è stabilire chi abbia ragione.

    Ma aiutare tuo figlio, gradualmente, a tollerare che può non saper fare qualcosa e stare bene lo stesso.
    Che può sbagliare, essere corretto, vedere qualcuno più capace di lui e continuare comunque a divertirsi.
    Che può amare una cosa anche mentre sta ancora imparando a farla.

    Ed è una lezione che va molto oltre il corso di danza.

    Se leggendo queste righe hai iniziato a riconoscere tuo figlio, nel mio webinar gratuito sull’alta sensibilità nei bambini ti mostro quali caratteristiche osservare e come capire se questa chiave di lettura può aiutarti a dare un senso anche ad altri suoi comportamenti.

    → Guarda gratuitamente il webinar https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Quindi come rispondere a quel “Lo so già fare!”?

    Evita di discutere sulla sua presunta competenza

    Se tuo figlio ti dice: “Non voglio andare, tanto so già nuotare!” non rispondergli: “Non è vero!. Hai ancora tantissimo da imparare!”.

    Probabilmente è tutto vero.

    Ma non ti porterà dove vuoi andare.

    Prova invece a togliere il riflettore dalla prestazione.

    “Non dobbiamo andare per vedere se sai già nuotare. Andiamo a vedere com’è”. Oppure: “Magari ti diverti a nuotare con gli altri bambini”.

    Sembra una piccola differenza di linguaggio.

    In realtà così non lo percepirà come una prova della sua “bravura”, ma come un modo per provare qualcosa di nuovo e vedere se gli piace.


    Lascia che tuo figlio ti veda mentre non sai fare qualcosa

    Non serve trasformare ogni tuo errore in una lezione pedagogica.

    Basta non nasconderlo.

    “Questa torta non è venuta come volevo… pazienza, la prossima andrà meglio”.

    “Ops, ho sbagliato strada. Vabbè, torniamo indietro”.

    Perché puoi dire cento volte a tuo figlio che “sbagliare è normale”.

    Ma quando ti vede fare qualcosa che non ti riesce, correggerti e andare avanti senza farne un dramma, quel messaggio diventa concreto.

    Resta però una domanda.

    Ed è probabilmente quella che mette più in difficoltà un genitore.


    “Devo insistere o rispettare il suo no?”

    Sarebbe comodo risponderti con una regola universale.

    Peccato che non esista.

    Perché dietro lo stesso: “NON CI VOGLIO ANDARE!” possono esserci motivi molto diversi.

    Tuo figlio

    • può avere paura di sbagliare
    • può sentirsi a disagio in un ambiente che non conosce
    • può aver bisogno di osservare prima di buttarsi
    • oppure può semplicemente non avere voglia di andarci.

    Tu senti sempre lo stesso “no”, ma dietro quel rifiuto possono esserci bisogni completamente diversi.

    Per questo la domanda più utile non è: “Come faccio a convincerlo?”, ma: “Perché in questo momento ha così bisogno di dire no?”

    Solo quando comprendi cosa c’è sotto a un determinato comportamento puoi decidere se tuo figlio ha bisogno di essere accompagnato un passo più avanti oppure se, in quel momento, continuare a spingerlo significherebbe semplicemente sovraccaricarlo.


    Quel “Lo so già fare!” potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg

    A questo punto, forse, quel “Lo so già fare!” ti sembrerà già un po’ diverso da come lo percepivi all’inizio.

    Non più soltanto una risposta assurda, un modo per impuntarsi o la convinzione di essere già bravo.

    Potrebbe invece rappresentare un piccolo indizio di come tuo figlio vive le situazioni in cui non si sente subito sicuro e capace.

    Ed è questa la parte interessante.

    Perché quando inizi a guardare cosa c’è dietro un comportamento, invece di fermarti al comportamento stesso, alcune reazioni che prima apparivano incomprensibili possono iniziare ad avere un senso.

    Questo non significa che tuo figlio sia necessariamente altamente sensibile.

    Ma potrebbe valere la pena chiederti se l’alta sensibilità possa essere una chiave di lettura utile per comprenderlo meglio.

    Nel mio webinar gratuito ti aiuto proprio a fare questo: capire quali caratteristiche osservare e se l’alta sensibilità può aiutarti a dare un senso ad alcuni comportamenti di tuo figlio che finora hai fatto fatica a decifrare.

    Perché la prossima volta che ti dirà: “Non mi serve. Lo so già fare!” forse non sentirai soltanto un bambino che si sta impuntando.

    Potresti riuscire a comprendere meglio che cosa sta cercando di dirti con quel “no”.

    → Guarda il webinar https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy

  • A SCUOLA È UN BAMBINO MODELLO. A CASA ESPLODE. E FORSE NON È QUELLO CHE PENSI: LA RISPOSTA CHE PUÒ CAMBIARE IL MODO IN CUI INTERPRETI LE CRISI DI TUO FIGLIO

    A SCUOLA È UN BAMBINO MODELLO. A CASA ESPLODE. E FORSE NON È QUELLO CHE PENSI: LA RISPOSTA CHE PUÒ CAMBIARE IL MODO IN CUI INTERPRETI LE CRISI DI TUO FIGLIO

    Immagina la scena.

    È venerdì pomeriggio.

    Vai a prendere tuo figlio (o tua figlia) a scuola e quando suona la campanella la maestra ti viene incontro sorridente e ti dice: “Signora, ma che bambino d’oro. Sempre educato, attento, segue tutte le regole, non alza mai la voce. Averne come lui!”.

    Tu sorridi, ringrazi, provi persino un pizzico di orgoglio.

    Poi salite in macchina.

    Chiudi la portiera.

    E in meno di tre minuti, per un motivo “ridicolo” – una merendina del gusto sbagliato o una parola detta con un tono diverso – avverti già i primi brividi di tensione nell’aria.

    Il tempo di arrivare a casa, varcare la soglia, ed ecco che scoppia l’inferno.

    Urla. Pianti inconsolabili. Crisi isteriche che sembrano spuntate dal nulla. Oppure, al contrario, un muro di silenzio impenetrabile, con lui che si barrica in camera sua e rifiuta persino un abbraccio.

    E tu resti lì, nell’ingresso, ancora con le chiavi dell’auto in mano, a chiederti: “Ma di chi stava parlando la maestra cinque minuti fa? Com’è possibile che lo stesso identico bambino si trasformi da dottor Jekyll a mister Hyde non appena varca la soglia di casa?”.

    Se vivi questa situazione, lascia che ti dica una cosa sacrosanta: non stai sbagliando nulla come genitore.

    Rimetti a posto i sensi di colpa, perché oggi facciamo chiarezza una volta per tutte su cosa sta succedendo davvero nella testa di tuo figlio.

    La verità che nessuno ti dice, e su cui persino molti professionisti fanno confusione, è questa: tuo figlio non sta facendo un capriccio.

    Per tutta la giornata a scuola si è trattenuto. Ha aspettato il suo turno anche quando non ci riusciva. È rimasto seduto quando il suo corpo gli chiedeva di muoversi. Ha controllato le emozioni, copiato il comportamento degli altri e cercato di non dare nell’occhio.

    Quando torna a casa, quella fatica presenta il conto.

    Quello a cui assisti, perciò, non è un capriccio. È un sistema nervoso che ha esaurito tutte le energie nel tentativo di sembrare “come gli altri”.

    In questo articolo scoprirai perché succede, perché non va ignorato e come puoi intervenire prima che questo meccanismo si trasformi in ansia cronica e blocchi emotivi.


    Perché fuori casa sembra un angelo e dentro si trasforma in un incubo: la verità sul “bambino troppo bravo”

    Esiste una categoria di bambini, e se sei qui tuo figlio ne fa quasi certamente parte, che nasce con un tratto biologico ben preciso: l’Alta Sensibilità https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/

    In parole semplici, significa che tuo figlio ha un sistema nervoso più ricettivo, che assorbe stimoli, emozioni e dettagli a un’intensità maggiore rispetto agli altri.

    Non solo: l’alta sensibilità porta naturalmente con sé un forte desiderio di fare le cose “per bene”, un naturale perfezionismo. E quando un bambino pretende da se stesso di essere sempre impeccabile per sentirsi al sicuro, ecco che il perfezionismo può facilmente sfociare nell’ansia: l’ansia di sbagliare, di deludere gli adulti o di essere visto come “diverso” https://danielascandurra.com/mio-figlio-non-accetta-di-sbagliare-in-che-modo-lapproccio-montessori-puo-aiutare-i-bambini-a-tollerare-lerrore-e-a-crescere-sicuri-di-se/

    Cosa fa quindi in questo caso quando, per esempio, si trova a scuola?

    Si adegua. Fa esattamente quello che ci si aspetta da lui, ma lo fa con uno sforzo enorme.

    Attiva un vero e proprio mascheramento emotivo, il cosiddetto “masking”. Diventa il bambino modello: sorride, segue ogni regola alla lettera, coopera e si impegna al massimo. 

    Quindi, dentro di sé, stringe i denti e trattiene ciò che prova:

    • Ha paura di sbagliare un compito? Non lo dice e si sforza fino al limite delle sue forze.
    • Un compagno gli fa uno sgarbo? Manda giù il rospo e fa finta di niente.
    • La confusione in classe lo affatica? Rimane immobile al suo banco, senza far trapelare niente

    Se ti riconosci in quello che  stai leggendo, sappi che ho preparato un webinar gratuito – “Perché tuo figlio esplode così: quello che nessuno ti ha detto sui bambini difficili”. Te lo lascio qui, ti aiuta a capire da dove partire https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Il motivo per cui il crollo avviene proprio a casa. (La verità che quasi nessuno spiega ai genitori)

    Ecco un quesito che tanti genitori mi pongono quando mi contattano per la prima volta: “A scuola tutti ci dicono che è bravissimo. Poi entra in casa e sembra un altro bambino. Allora il problema siamo noi?”

    La risposta è no.

    Anzi.

    Molto spesso succede esattamente il contrario.

    Tuo figlio crolla proprio a casa perché casa è l’unico luogo in cui il suo sistema nervoso sente di poter abbassare la guardia. Per tutta la giornata ha controllato ogni parola, ogni reazione, ogni emozione.

    • Ha osservato gli altri per capire come comportarsi
    • Ha cercato di non dare fastidio
    • Ha evitato di piangere
    • Ha sopportato rumori, richieste, cambi di attività, aspettative
    • Ha fatto uno sforzo enorme che dall’esterno quasi nessuno vede

    Quando finalmente arriva nel posto in cui si sente al sicuro, quella tensione accumulata esce tutta insieme. Per questo la crisi non nasce dai compiti. Non nasce dalla richiesta di fare la doccia. Quelli rappresentano solo l’ultima goccia. La vera causa è l’enorme carico emotivo che il suo sistema nervoso ha trattenuto per ore.

    Ed è proprio questo il punto che cambia completamente il modo di affrontare il problema.

    Perché se continui a intervenire solo sul comportamento che vedi… continuerai a combattere gli effetti senza mai intervenire sulla causa.


    Il rischio che quasi tutti sottovalutano

    Il problema del masking è che funziona. Funziona così bene da ingannare tutti. Gli insegnanti vedono un bambino educato. I nonni vedono un bambino tranquillo. Gli altri genitori vedono un bambino “senza problemi”.

    Così nessuno si accorge della fatica enorme che sta sostenendo ogni giorno.

    E più quella fatica passa inosservata, più un bambino (o un ragazzo) impara una convinzione molto pericolosa: “Per essere accettato devo nascondere quello che provo!”

    Questa idea non nasce in un giorno. Si costruisce lentamente. Ogni volta che reprime una lacrima. Ogni volta che si sente obbligato a sorridere. Ogni volta che mette da parte ciò che sente per adattarsi agli altri.

    Così con il tempo il masking smette di essere un comportamento. Diventa identità.

    Ed è qui che iniziano ad arrivare le conseguenze che vengono quasi sempre lette come altro. Raramente qualcuno le collega alla causa vera.

    • Ansia
    • Perfezionismo
    • Paura di sbagliare
    • Autostima fragile
    • Mal di pancia ricorrenti
    • Mal di testa
    • Difficoltà ad addormentarsi
    • Esplosioni emotive sempre più intense
    • Oppure, all’opposto, bambini che sembrano spegnersi completamente

    Per questo il problema non è la crisi in sé. Quella è solo il sintomo. Il vero problema è cosa ti rivela sul modo in cui il sistema nervoso di tuo figlio sta reagendo al mondo.

    Se vuoi che ti aiuti a capire se quello che descrivo è il profilo di tuo figlio, scarica il mio webinar – “Perché tuo figlio esplode così: quello che nessuno ti ha detto sui bambini difficili”. E’ gratuito. https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Cosa fare allora?

    Bene. Arriviamo al punto.

    Ci sono cose che puoi fare da oggi per alleggerire il suo carico. Eccole:

    • Non tempestarlo di domande appena esce da scuola. (Lo so, muori dalla voglia di sapere com’è andata, ma…aspetta.)
    • Dagli un tempo di decompressione prima di chiedergli qualsiasi cosa.
    • Accogli le sue emozioni senza minimizzarle.
    • Fagli capire che non deve comportarsi ‘bene’ per meritarsi la tua presenza.                              

    Sono accorgimenti utili? sI!

    Funzionano? Spesso!

    Ma ora ti devo dire una cosa che la maggior parte dei “professionisti” non ti dirà mai.

    Queste strategie non eliminano il masking. Lo alleggeriscono. Punto. E la differenza tra “alleggerire” ed “eliminare” è tutta la differenza del mondo.

    Perché, mettiamolo in chiaro una volta per tutte, il masking non nasce da una mancanza di regole. Non nasce da un carattere difficile. E non nasce, per l’amor del cielo, da “errori educativi” che secondo qualche guru del web avresti commesso.

    Il masking nasce da un sistema nervoso altamente sensibile che ha imparato, per sopravvivere, a vivere in costante modalità adattamento.

    Ed è esattamente qui che il 90% degli approcci si ferma: nel modificare il comportamento.

    Io no.

    Lavoro sul perché quel comportamento esiste e non su come nasconderlo meglio.


    Il problema non è tuo figlio. È che nessuno ti ha spiegato il vero problema

    Questa è la scoperta che cambia tutto. Per mesi, a volte per anni, hai provato di tutto.

    • Premi
    • Conseguenze
    • Routine.
    • Libri
    • Consigli trovati online alle due di notte, mentre lui dormiva e tu no

    Ogni tanto qualcosa sembrava funzionare. Poi, puntualmente, tutto ricominciava. E no, non è perché sbagliavi tu. Ma perché stavi cercando di risolvere un problema diverso da quello reale.

    Ecco il punto che nessuno ti dice: se interpreti il masking come un problema di comportamento, continuerai, per sempre, a cercare soluzioni comportamentali. E continuerai a fallire, non perché sei un genitore incapace, ma perché stai usando la chiave sbagliata per la porta sbagliata.

    Se invece comprendi che il masking è il linguaggio con cui un sistema nervoso sopraffatto ti dice “non ce la faccio più”, tutto cambia. Il modo in cui guardi tuo figlio. Il modo di intervenire. Il modo di stargli accanto.

    Ed è esattamente su questo principio che si basa il mio metodo. Io non lavoro sulla crisi di martedì pomeriggio. Lavoro su cosa la genera.

    Perché quando intervieni sulla vera causa del masking, non cambia solo quella singola crisi.

    Cambia tutto. Il modo in cui tuo figlio affronta la scuola. Gli amici. Le giornate storte. La vita.


    Perché aspettare raramente migliora la situazione

    Il masking non scompare perché un bambino cresce. Su questo, niente favole.

    Perchè, se resta l’unico modo che conosce per gestire il sovraccarico e sentirsi accettato, il suo cervello continuerà a usarlo. Sempre di più. Sempre più in automatico.

    Aspettare, quindi, non è una scelta neutra.

    È una scelta che ha un costo, e il costo aumenta ogni giorno che passa. Più a lungo questa strategia si consolida, più tempo (ed energie, e crisi, e notti insonni) servirà per sostituirla con qualcosa che funzioni davvero.


    Se ti sei riconosciuto in questo articolo, non ignorare quello che hai letto

    Forse, mentre leggevi, hai ripensato a tuo figlio.

    A quel bambino che a scuola “non dà mai problemi” e che, appena varca la porta di casa, esplode.

    A quelle crisi che nessuno, insegnanti, nonni, a volte nemmeno tu, riesce a spiegarsi.

    A quella sensazione che ti porti dietro da mesi, forse da anni: “C’è qualcosa che non sto capendo.”

    Fidati di quella sensazione. Di solito è veritiera.

    Molti dei genitori che arrivano da me lo fanno dopo mesi, a volte anni, passati a cercare di spegnere le crisi senza sapere cosa le stesse davvero alimentando.

    Non perché siano stati genitori distratti o incapaci. Ma perché nessuno gli aveva mai detto dove guardare.

    Per questo il primo passo non è un’altra tecnica da aggiungere alle venti che hai già provato.

    Il primo passo è iniziare a guardare nella direzione giusta.

    Se ti riconosci in quello che hai appena letto, sappi che ho preparato un webinar gratuito, “Perché tuo figlio esplode così: quello che nessuno ti ha detto sui bambini difficili”, che puoi scaricare qui, ti aiuta a capire da dove partire.

    Non tra sei mesi. Non “quando sarà più grande e magari passa da solo”.

    Adesso, finché è ancora un meccanismo che si può disinnescare, e non un’abitudine che si è già presa il suo posto https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy

  • TUO FIGLIO DICE SEMPRE “NON È GIUSTO!”? FORSE NON È TESTARDO. E’ PROBABILE CHE NESSUNO TI HA MAI SPIEGATO COSA C’È DAVVERO DIETRO QUESTO COMPORTAMENTO

    TUO FIGLIO DICE SEMPRE “NON È GIUSTO!”? FORSE NON È TESTARDO. E’ PROBABILE CHE NESSUNO TI HA MAI SPIEGATO COSA C’È DAVVERO DIETRO QUESTO COMPORTAMENTO

    La scena è quasi sempre la stessa.

    Succede una cosa piccolissima. E, nel giro di pochi secondi, ti ritrovi nel mezzo di una crisi del tutto sproporzionata.

    • Un bambino che salta la fila per salire sullo scivolo
    • La sorellina che riceve un biscotto leggermente più grande
    • Una regola che vale per lui ma, all’improvviso, non per gli altri.

    Per molti bambini dura pochi secondi: protestano, brontolano. Poi tornano a giocare.

    Tuo figlio (o tua figlia) no.

    Da quel momento è come se qualcosa si inceppasse: alza la voce, scoppia a piangere. Oppure continua a ripetere:

    “Non è giusto! Non è giusto!”.

    Continua a pensarci. Ne parla tornando da scuola. Ci ritorna durante la cena. Prima di addormentarsi è ancora lì con la stessa domanda: “Perché lui/lei sì e io no?”

    E tu, ogni volta, hai la sensazione di sbagliare qualsiasi risposta.

    Più provi a rassicurarlo…più lui si irrigidisce. Più gli spieghi che non è successo niente di grave…più sembra convincersi che nessuno abbia capito davvero quello che sta provando.

    Nel frattempo arrivano i commenti.

    • “È troppo testardo!”
    • “Vuole sempre avere ragione!”
    • “Con lui bisogna essere più severi!”
    • “Deve imparare che la vita è fatta anche di ingiustizie!”

    A forza di sentire queste frasi, è facile che inizi a guardare tuo figlio con gli stessi occhi. E quando ti accorgi che niente di quello che provi sembra funzionare…arriva la domanda che fa più male. “Sto sbagliando qualcosa come genitore?”

    Se ti sei riconosciuta/o anche solo in una parte di queste scene, voglio dirti una cosa importante.

    Potrebbero aver interpretato tutti male, quello che sta succedendo a tuo figlio.

    Perché quello che oggi viene scambiato per testardaggine, oppositività o bisogno di avere sempre ragione, molto spesso è tutt’altro. È il modo in cui il suo sistema nervoso reagisce quando percepisce un’ingiustizia.

    Ed è una caratteristica molto frequente nei bambini altamente sensibili https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/

    La differenza è enorme.

    Perché un bambino che sfida gli adulti ha bisogno di limiti. Un bambino altamente sensibile che soffre davanti a un’ingiustizia ha bisogno, prima di tutto, di sentirsi compreso. Se confondi queste due situazioni, succede qualcosa che noto spesso parlando con i genitori.

    Più gli chiedi di lasciar perdere…più lui si sente solo. Più cerchi di convincerlo che sta esagerando…più lui inizia a dubitare del suo modo di sentire.

    Ed è qui che nasce il problema vero. Non la crisi. Non le discussioni. Non quel continuo: “Non è giusto!” Il problema è che, poco alla volta, tuo figlio rischia di convincersi di essere lui il problema. E un bambino che cresce pensando di essere “sbagliato” non smette di soffrire. Smette di mostrarti quello che sente.

    Per fortuna questa storia può avere un finale molto diverso. Ma per arrivarci dobbiamo fare una cosa: non focalizzarsi più sul comportamento.

    E iniziare a capire cosa lo provoca.

    Se ti stai riconoscendo in quello che hai letto fin qui, ho preparato un webinar gratuito che potrebbe aiutarti a guardare i comportamenti di tuo figlio con occhi diversi.

    Ti spiego perché alcune reazioni che sembrano capricci, testardaggine o oppositività possono essere legate all’alta sensibilità, e da dove iniziare per comprenderle meglio.

    CLICCA QUI PER GUARDARE IL WEBINAR GRATUITO https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Cosa succede davvero nella testa di tuo figlio

    Se c’è un’idea che vorrei ti rimanesse impressa è questa.

    Tuo figlio non ha un problema con le regole. Ha un problema quando quelle regole, ai suoi occhi, smettono di essere giuste.

    Può sembrare una differenza da poco. In realtà cambia completamente il modo di leggere i suoi comportamenti.

    Immagina questa scena.

    Due bambini vedono un compagno saltare la fila per lo scivolo. Entrambi se ne accorgono. Entrambi capiscono che non è corretto. Ma lì finiscono le somiglianze.

    Uno protesta qualche secondo. Poi ricomincia a giocare. L’altro si blocca. Interviene. Discute. Non riesce a fare finta di niente. Non perché sia più polemico. Non perché voglia comandare. Ma perché il suo sistema nervoso attribuisce a quella scena un peso completamente diverso.

    Negli ultimi anni la ricerca ha confermato quello che tanti genitori osservano ogni giorno. I bambini altamente sensibili elaborano quello che accade intorno a loro con una profondità maggiore rispetto alla media.

    • Notano dettagli che spesso sfuggono agli altri
    • Colgono le incoerenze
    • Percepiscono il clima emotivo
    • Vivono le esperienze con un’intensità maggiore.

    Anche le ingiustizie!

    Per loro la giustizia non è semplicemente una regola. È uno dei modi con cui il cervello capisce se il mondo è un posto prevedibile e sicuro.

    Quando una promessa non viene mantenuta…quando una regola cambia senza una spiegazione che riescono a comprendere…quando due persone vengono trattate in modo diverso…dentro di loro qualcosa perde improvvisamente senso.

    Ed è proprio in quel momento che il sistema nervoso entra in allerta.

    E qui nasce il malinteso.

    Tu provi a spiegare. Lui sembra non ascoltarti. Non perché non voglia. Ma perché, in quel momento, il suo cervello è impegnato a gestire quell’allarme.

    Le crisi non sono il problema. Sono il messaggio. E quando impari a leggere quel messaggio, cambia completamente il modo in cui guardi tuo figlio.


    Come capire se sta succedendo anche a tuo figlio

    A questo punto potresti chiederti: “Come faccio a capire se è davvero questo il motivo delle sue reazioni?”. Non basta che ogni tanto dica:“Non è giusto!” Quello lo fanno tutti i bambini.

    La differenza è nel modo in cui vive ciò che percepisce come ingiusto.

    Ci sono tre comportamenti che ritrovo costantemente nei bambini altamente sensibili. E, quasi sempre, vengono interpretati nel modo sbagliato.


    1. Reagisce subito quando una regola non vale per tutti

    Succede in un attimo.

    L’insegnante richiama tuo figlio perché sta parlando. Pochi minuti dopo un altro bambino fa la stessa identica cosa, ma questa volta non viene corretto. Tuo figlio interviene subito: “Ma anche lui stava parlando!”

    In quel momento può sembrare che stia contestando l’insegnante o cercando di avere ragione. In realtà sta succedendo altro. Il suo sistema nervoso ha colto un’incoerenza: una regola che sembrava valere per tutti è stata applicata in modo diverso.

    Per questo reagisce immediatamente. Non perché voglia sfidare l’adulto. Ma perché ha un bisogno molto forte di coerenza e di equità.

    Ed è proprio questo che tanti adulti interpretano male.


    2. Sembra che si metta sempre in mezzo. In realtà non riesce a restare indifferente

    Un compagno viene escluso da un gioco. Un bambino viene preso in giro. Gli altri continuano a giocare. Tuo figlio no. Interviene. Protesta. Prende le difese di quel bambino, anche se non è il suo migliore amico.

    A quel punto qualcuno ti dice:

    “Dovrebbe imparare a non mettersi sempre in mezzo!”

    “Ma perché interviene anche quando il problema non lo riguarda?”

    “Se continua così, nessuno vorrà più giocare con lui!”

    È normale che un genitore inizi a chiedersi se sia davvero così. Ma quello che spesso sfugge è questo. Per un bambino altamente sensibile vedere un’ingiustizia fatta a qualcun altro può essere doloroso quasi quanto subirla in prima persona.

    Per questo gli riesce così difficile voltarsi dall’altra parte.

    Non sta cercando di fare l’arbitro. Sta cercando di ristabilire un equilibrio che, ai suoi occhi, si è appena rotto.


    3. Sembra che contesti ogni regola. In realtà sta cercando coerenza

    State giocando a un gioco da tavolo. La sorellina sbaglia una regola. Tu sorridi e gli dici:

    “Dai amore, lei è ancora piccola. Facciamo finta di niente.”

    Tuo figlio si irrigidisce: “No, non vale. Le regole erano queste!”

    Oppure a scuola l’insegnante fa un’eccezione per un bambino che quel giorno è in difficoltà. Gli altri quasi non ci fanno caso. Lui sì.

    “Perché oggi per lui è diverso?”

    In quei momenti sembra inflessibile. Come se non riuscisse mai a chiudere un occhio.

    La realtà è molto diversa.

    Per lui le regole servono a dare ordine al mondo. Quando cambiano senza una spiegazione che riesca a comprendere, il suo sistema nervoso fatica a ritrovare equilibrio. Per questo insiste. Fa domande. Chiede spiegazioni. Non perché voglia avere ragione. Ma perché sta cercando una logica.


    Fermati un momento

    Se hai riconosciuto tuo figlio in queste scene, probabilmente è appena successa una cosa importante. Hai smesso di vedere un bambino che discute per qualsiasi cosa. E hai iniziato a vedere un bambino che sta cercando di dare un senso a quello che vive.

    Può sembrare una differenza sottile.

    In realtà cambia tutto.

    Perché quando cambia il tuo sguardo…cambia anche il modo in cui reagisci.

    Ed è proprio lì che inizia il cambiamento.


    Il rischio più grande non sono le crisi

    È quello che tuo figlio potrebbe iniziare a pensare di sé.

    Questa è la parte che mi sta più a cuore. Perché una crisi passa. Un litigio finisce. Un’etichetta, invece, può rimanere per anni.

    Ogni volta che un bambino si sente dire:

    “Stai esagerando!”

    “Sei troppo sensibile!”

    “Lascia perdere!”

    “Non fare sempre una tragedia!”

    non sente soltanto quelle parole.

    Piano piano inizia a costruire un’immagine di sé: “Forse il problema sono io!”. “Forse sento troppo!”, “Forse dovrei smettere di essere così!” Ed è qui che tanti bambini iniziano a spegnersi. Non perché provino meno emozioni. Ma perché imparano a non mostrarle più.

    Se c’è una cosa che ho imparato lavorando con centinaia di famiglie è questa.

    I bambini altamente sensibili non hanno bisogno di essere aggiustati. Hanno bisogno di essere finalmente compresi.

    E questa è una differenza che può cambiare il modo in cui cresceranno.

    A questo punto forse ti stai chiedendo se anche dietro alcuni comportamenti difficili di tuo figlio possa esserci un’alta sensibilità che finora nessuno ti ha aiutato a riconoscere.

    È proprio uno degli argomenti che affronto nel mio webinar gratuito, dove ti spiego come l’alta sensibilità può manifestarsi attraverso reazioni che spesso vengono fraintese e cosa puoi iniziare a fare per comprenderle meglio.

    GUARDA IL WEBINAR GRATUITO E SCOPRI DA DOVE INIZIARE https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Da dove puoi iniziare, già da oggi

    A questo punto molti genitori mi fanno sempre la stessa domanda: “Va bene Daniela… ma domani mattina, quando succederà di nuovo, cosa faccio?”

    La risposta potrebbe sorprenderti.

    Non si parte dalla crisi. Si parte molto prima. Il tuo obiettivo non deve essere imparare a spegnere l’incendio, ma evitare che il sistema nervoso di tuo figlio arrivi al punto di esplodere.

    Ci sono due cambiamenti che, da soli, possono fare una differenza enorme.


    1. Prima connettiti. Poi correggi.

    Quando tuo figlio dice: “Non è giusto!”, la tentazione è spiegargli subito che si sta sbagliando.

    È una reazione naturale. Ma è anche il momento in cui ti ascolterà meno. Prova invece a fare una cosa diversa. Parti da quello che sta provando.

    “Capisco perché questa cosa ti abbia fatto arrabbiare!”

    “Se fossi al tuo posto, probabilmente anch’io farei fatica ad accettarla!”

    Attenzione! Convalidare un’emozione non significa dare ragione a qualsiasi comportamento. Significa dire a tuo figlio: “Ti vedo. Quello che stai provando ha un senso.”

    Solo quando un bambino si sente compreso, il suo sistema nervoso abbassa le difese. E in quel momento sarà davvero pronto ad ascoltare anche il tuo punto di vista.


    2. Preparalo prima che succeda

    Le situazioni difficili raramente arrivano all’improvviso.

    • Una festa
    • Una partita
    • Una giornata particolarmente impegnativa.

    Sai già che potrebbero nascere litigi, favoritismi o regole vissute come ingiuste. Parlane prima. Puoi dirgli: “Sai che oggi ci saranno tanti bambini. Se succede qualcosa che ti fa arrabbiare o che ti sembra ingiusta, vieni da me. Ci pensiamo insieme, va bene?“

    Con una frase così non stai risolvendo il problema. Stai facendo qualcosa di ancora più importante. Gli stai dicendo: “Qualunque cosa succeda, non dovrai affrontarla da solo.”

    Per un bambino altamente sensibile è uno dei messaggi più rassicuranti che possa ricevere.




    Non cercare di spegnere la sua sensibilità

    Vorrei lasciarti con un’immagine.

    Fra dieci o quindici anni tuo figlio probabilmente continuerà ad accorgersi delle ingiustizie prima di molti altri. Continuerà a percepire quello che gli altri non notano. Continuerà ad avere un forte senso dell’equità.

    Questa parte di lui non sparirà. E non deve sparire. La vera differenza sarà un’altra.

    Potrà crescere pensando: “C’è qualcosa che non va in me.”

    Oppure potrà crescere con una certezza molto diversa: “Quello che sento ha un senso. Posso imparare a gestirlo, senza smettere di essere me stesso.”

    Ed è questa la differenza che puoi costruire oggi.

    Non cambiando tuo figlio. Ma cambiando il modo in cui lo accompagni.

    Negli anni ho incontrato tanti genitori che sono arrivati da me convinti di avere un bambino testardo, difficile o incapace di accettare un’ingiustizia. Poi, durante il nostro percorso, è successo qualcosa. Hanno iniziato a vedere quei comportamenti con occhi diversi.

    E c’è una frase che mi sento dire spesso: “Se l’avessi capito prima, avrei vissuto tante situazioni in modo completamente diverso.”

    È proprio per questo che ho scritto questo articolo.

    Perché nessun genitore dovrebbe sentirsi solo davanti a comportamenti che non riesce a comprendere. E nessun bambino dovrebbe crescere pensando di essere “sbagliato”, quando in realtà ha solo bisogno di essere capito.

    Se, leggendo queste righe, hai avuto la sensazione che stessi parlando di tuo figlio, non lasciare che rimanga soltanto una consapevolezza.

    Perché quello che hai scoperto oggi sul suo senso di giustizia potrebbe essere soltanto una parte di qualcosa di più grande.

    Anche dietro altri comportamenti che oggi fai fatica a comprendere, come le reazioni intense, i pianti improvvisi o la difficoltà ad accettare certi cambiamenti, potrebbe esserci un’alta sensibilità che merita di essere riconosciuta.

    Ed è proprio per aiutarti a fare chiarezza che ho preparato un webinar gratuito dedicato ai comportamenti difficili dei bambini e al loro possibile legame con l’alta sensibilità.

    Ti aiuterò a guardare certe reazioni da una prospettiva diversa, a capire quali segnali osservare e da dove iniziare per accompagnare tuo figlio con maggiore consapevolezza.

    CLICCA QUI E GUARDA IL WEBINAR GRATUITO https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy

    Perché il primo passo per aiutare tuo figlio non è cercare di cambiare quello che fa.

    È iniziare a comprendere quello che sta vivendo.

  • IL VERO MOTIVO PER CUI TUO FIGLIO FATICA A FARE AMICIZIA (E NO, NON È PERCHÉ È TIMIDO)

    IL VERO MOTIVO PER CUI TUO FIGLIO FATICA A FARE AMICIZIA (E NO, NON È PERCHÉ È TIMIDO)

    Domenica pomeriggio. Sei al parco.

    Mentre gli altri bambini corrono come schegge, urlano e si buttano nella mischia senza pensare a un tubo, il tuo è lì.

    Fermo. Seduto sulla panchina.

    Osserva tutto con due occhi grandi così, ma non fa un passo.

    E’ un bambino che prima di avvicinarsi a un viso nuovo ci pensa non una, ma mille volte. Lo stesso a cui un rifiuto resta addosso per giorni. Che non ha una banda di venti amici: ne ha uno, forse due, ma con quei due si scambia l’anima. Quello che se incontra il classico coetaneo prepotente, cede subito e gli regala il suo gioco preferito, pur di non litigare.

    Ecco perché a te viene quel nodo allo stomaco. Sempre lo stesso. Insieme a quella domanda che cerchi di scacciare ma che torna a galla ogni benedetto giorno:

    “Perché mio figlio non riesce a integrarsi come tutti gli altri? Cosa c’è che non va?”

    Ammettilo. Le hai provate tutte.

    Hai provato a spingerlo.

    Hai provato a incoraggiarlo.

    Gli hai detto “Vai a giocare con gli altri!”, “Fatti coraggio!”, “Dai, non fare così!”.

    E lui ti ha guardata, come se gli stessi chiedendo di lanciarsi nel vuoto senza paracadute. O peggio, ci ha provato ed è tornato indietro dopo trenta secondi, con gli occhi lucidi.

    E tu sei rimasta/o lì, impotente, a chiederti dove hai sbagliato.

    No, non stai sbagliando e tuo figlio non è asociale.

    Con ogni probabilità, hai davanti un bambino altamente sensibile.

    Non è un’etichetta. Nè tantomeno un disturbo. È un modo di funzionare che riguarda circa un bambino su cinque https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/

    Ed è esattamente il motivo per cui tutto quello che gli hai detto finora non ha funzionato.

    Non poteva funzionare. Erano consigli pensati per qualcuno che sente le cose in modo completamente diverso da tuo figlio.

    Adesso ti spiego come funziona davvero e cosa puoi fare di diverso già da domani.


    1. Il suo sistema nervoso viaggia a un altro ritmo. E questo ha un costo molto alto

    Fare amicizia richiede energia. Attenzione. Disponibilità mentale.

    Tuo figlio, in certi contesti, non ne ha. Non perché non voglia. Ma perché le ha già consumate solo per gestire quello che ha intorno.

    Ti faccio un esempio.

    Musica a palla, urla sovrapposte, compagni che corrono ovunque. Quella che per gli altri è solo un momento di svago, per lui è un bombardamento sensoriale continuo. Il suo sistema nervoso registra tutto, contemporaneamente,  a un livello di intensità che noi adulti facciamo fatica anche solo a immaginare. Mentre l’altro bambino è già al terzo gioco, il tuo è ancora occupato a “processare l’ambiente”.

    Non gli restano energie per avvicinarsi a qualcuno. Per trovare le parole. Per stare al passo con gli altri.

    Nessuna timidezza. Nessuna maleducazione. Si tratta di un sistema nervoso che ha già esaurito le batterie, prima ancora che la festa inizi davvero.

    Ecco perché si isola. Ecco perché a casa poi esplode senza un motivo apparente. Ecco perché nel caos non vedi mai il bambino splendido che conosci tu.

    Se leggendo fin qui ti sei riconosciuta/o, ho preparato un webinar gratuito che puoi guardare cliccando qui. Ti aiuta a capire da dove partire https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    2. Dimentica la quantità. Lui cerca la qualità assoluta. E questo è il suo superpotere, non un difetto

    Fermati un attimo.

    Questo è il concetto più difficile da digerire per un genitore, ma è anche quello che ti libererà per sempre dal senso di colpa quando lo vedi isolato.

    Tuo figlio non è il tipo da trenta invitati e palloncini ovunque.

    Non è fatto per questo. E non c’è nessun problema da risolvere: è semplicemente fatto così.

    Lui viaggia in profondità. I rapporti superficiali, i saluti di rito, li trova vuoti, inutili. Non è snobismo. Non è asocialità. È che il suo sistema nervoso è calibrato su altro, su connessioni vere, dove ci si racconta davvero, dove non bisogna recitare.

    Mentre tu vai in ansia e gli conti gli amici come fossero figurine, lui sta giocando a un livello superiore: seleziona. Aspetta qualcuno che valga davvero il suo tempo.

    La maestra ti fa notare che gioca sempre e solo con lo stesso compagno? Guarda come sta con lui. Se la risposta è “Hanno un’intesa pazzesca!”, allora sei a posto. Un’amicizia così, profonda e solida, polverizza trenta conoscenze superficiali da ricreazione. Fine della storia.


    3. Il rifiuto, per lui, lascia il segno. Sempre

    Sai cosa succede nella sua testa un secondo prima di avvicinarsi a un bambino nuovo?

    Una simulazione. Mentale. Totale.

    Parte il nastro dei dubbi: “E se mi respinge? E se dico una cavolata? E se poi mi odia?”

    Risultato? Mentre gli altri si sono già buttati nella mischia, il tuo nella sua testa, ha già perso la partita, senza giocarla.

    È il mostro del perfezionismo che gli impone di essere impeccabile. E un bambino terrorizzato dal passo falso, semplicemente, si blocca. Resta ai margini. (Esattamente come al parco. Te lo ricordi il parco?)

    Il problema vero sorge quando finalmente si fa forza, ci prova, e incassa un “No”.

    Lì scatta il blocco.

    Per un altro bambino quel rifiuto dura cinque minuti: si gira, cambia gioco e amici come prima.

    Per tuo figlio? Quel “no” se lo porta a casa. Così, te lo ritrovi a cena con lo sguardo perso nel vuoto mentre gira la forchetta nel piatto. Va a letto e ce l’ha ancora dentro. Si sveglia la mattina dopo ed è il suo primo pensiero. Continua a fare il replay di quella scena all’infinito.

    E non perché sia “debole”.

    I dati scientifici parlano chiaro: per il suo sistema nervoso, l’esclusione sociale e il dolore fisico accendono le stesse identiche aree cerebrali.

    Stessa intensità. Stesso dolore.

    Non sta esagerando per avere attenzioni, sta soffrendo davvero. Ne parlo approfonditamente in un altro mio articolo https://danielascandurra.com/nessuno-vuole-giocare-con-me-cosa-succede-nel-cervello-di-tuo-figlio-quando-viene-escluso-e-come-aiutarlo-davvero/

    La sua strategia di difesa? Smette di esporsi. Smette di tentare. Alza le barriere e si barrica nel suo guscio protetto.

    Dal suo punto di vista, è una mossa furbissima per non soffrire.

    Il risvolto della medaglia? Smettere di rischiare significa congelare le relazioni. E senza relazioni, si ritrova isolato. Questo è un prezzo troppo alto, che non puoi permetterti di fargli pagare.

    Se leggendo questo articolo hai rivisto alcuni atteggiamenti di tuo figlio, nel mio webinar gratuito ti aiuterò a riconoscere i segnali a cui prestare attenzione e a capire come interpretarli per dare finalmente un senso a tanti suoi comportamenti che oggi fatichi a comprendere https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    4. Davanti ai prepotenti cede sempre e non sa dire di “No”. Non è debolezza, è autodifesa

    I bambini altamente sensibili sono particolarmente esposti alle relazioni sbilanciate. Quelle in cui c’è chi comanda e chi subisce. E tuo figlio finisce quasi sempre nella seconda categoria.

    Ma attenzione: non perché sia fragile, ma  perché sente tutto di più.

    Il suo radar emotivo è attivo ventiquattro ore su ventiquattro.

    Percepisce il disappunto dell’altro prima ancora che venga espresso e fiuta il rischio di un litigio. Per il suo sistema nervoso, il conflitto non è una discussione: è una minaccia insopportabile. E così scatta un meccanismo biologico automatico, fuori dal suo controllo: si adegua, compiace e abbassa la testa pur di salvare la pace. I bisogni degli altri, per lui, arrivano letteralmente prima dei suoi.

    Dirgli “Difenditi!” o “Fatti valere!” è assolutamente inutile. È come urlare a qualcuno che ha paura del buio di smettere di avere paura. Non funziona. Non ha mai funzionato.

    Quello di cui tuo figlio ha bisogno sono strumenti concreti. Frasi pronte, da provare a casa con te come fosse un gioco: “Adesso tocca a me.” ,”Non mi va!” ,”Questo è mio!” Semplici, da ripetere finché non diventeranno un’abitudine automatica. Solo così, un giorno, lo vedrai tirare fuori la voce. Per davvero.


    Come aiutare tuo figlio a costruire amicizie che gli assomiglino

    Capire come funziona è il primo passo. 

    Il secondo è sapere cosa fare, senza forzarlo a diventare quello che non è.

    Aiutalo a capire cosa cerca in un amico

    Non tutti i bambini sono le persone giuste per lui, e va bene così. Aiutalo a capire che un vero amico è qualcuno con cui può essere sé stesso, senza sentirsi giudicato o sotto pressione. Quando impara a riconoscere chi lo fa stare bene, smette di inseguire l’approvazione di tutti e inizia a scegliere relazioni che lo fanno crescere.

    Normalizza gli alti e bassi. Con il tuo esempio

    Racconta di te, di un rapporto di amicizia difficile che hai vissuto, di una volta che ti sei sentita/o esclusa, di come hai gestito un conflitto. I bambini altamente sensibili pensano di essere i soli a soffrire per le relazioni. Sapere che succede a tutti, e che si supera, vale più di mille rassicurazioni astratte.

    Crea le condizioni giuste perché l’amicizia possa nascere

    Una merenda a casa con un compagno dal carattere simile, un’attività strutturata in piccoli gruppi dove tutti si conoscono (un laboratorio di fumetti, un corso di scacchi, uno sport con una squadra piccola…). Non il pomeriggio caotico con venti bambini che si rincorrono; quella è la situazione meno indicata per favorire la creazione di legami. Perché il suo sistema nervoso è impegnato a gestire gli stimoli, non a costruire connessioni. Le amicizie più belle nascono quando un bambino altamente sensibile può abbassare le difese, sentirsi al sicuro ed essere semplicemente sé stesso. È lì che trova le parole. È lì che emerge la sua personalità. È lì che la connessione diventa possibile.

    Insegnagli l’autocompassione

    Le delusioni ci saranno: un invito che non arriva. Un compagno che lo esclude. Un’amicizia che cambia. Succede a tutti. Ma il bambino altamente sensibile spesso vive queste esperienze in modo più profondo. Dove altri vedono un banale imprevisto, lui vede la prova di non essere abbastanza interessante, abbastanza simpatico o abbastanza importante.

    E allora inizia il processo più doloroso: diventa il suo peggior critico.

    È proprio in quei momenti che ha bisogno di imparare una delle abilità più preziose della vita: trattarsi con la stessa gentilezza che riserverebbe a un amico in difficoltà. Non è un’abilità spontanea: la si allena giorno dopo giorno, per esempio validando il suo dolore: “Capisco che ci sei rimasto male. Fa male sentirsi esclusi” e aiutandolo a cambiare la prospettiva: “Se fosse successo al tuo migliore amico, cosa gli diresti?”

    Insegnare l’autocompassione significa fornirgli uno scudo contro l’autocritica.


    La sensibilità non è un limite da superare, ma un talento che ha bisogno della giusta guida

    Se leggendo questo articolo hai riconosciuto tuo figlio, voglio lasciarti con un pensiero.

    Tuo figlio non ha bisogno di diventare un bambino diverso per stare bene con gli altri. Ha bisogno di un adulto che impari a comprenderlo, anche quando i suoi comportamenti sembrano difficili da spiegare.

    E lo so, non è sempre semplice.

    Soprattutto quando provi a incoraggiarlo e lui si chiude ancora di più. Quando cerchi di rassicurarlo, ma le tue parole sembrano non arrivargli. O quando ti ritrovi a chiederti perché ciò che funziona con gli altri bambini, con il tuo non funziona.

    Il rischio, in questi casi, è continuare a insistere sulle strategie sbagliate. Non perché ti manchi l’amore o la buona volontà, ma perché nessuno ti ha insegnato a leggere ciò che si nasconde dietro certi comportamenti.

    Ed è proprio da qui che vorrei aiutarti a partire.

    Ho preparato un webinar gratuito dedicato ai genitori di bambini cosiddetti “difficili”, per aiutarti a comprendere meglio quei comportamenti che oggi ti mettono in difficoltà e iniziare a guardarli da una prospettiva diversa.

    Perché dietro un bambino che si chiude, che esplode, che si oppone o che sembra non riuscire ad affrontare situazioni semplici per gli altri, può esserci molto più di quello che appare.

    E imparare a riconoscerlo può cambiare il modo in cui ti relazioni con lui.

    GUARDA IL WEBINAR GRATUITO https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy

    Tuo figlio non ha bisogno di essere aggiustato.

    Ha bisogno di sentirsi capito.

    E questo può cominciare proprio da te.

  • GENITORI ALTAMENTE SENSIBILI: PERCHÉ TI SENTI SEMPRE UN GENITORE SBAGLIATO (ANCHE QUANDO STAI FACENDO DEL TUO MEGLIO) E COSA C’ENTRA IL TUO SISTEMA NERVOSO

    GENITORI ALTAMENTE SENSIBILI: PERCHÉ TI SENTI SEMPRE UN GENITORE SBAGLIATO (ANCHE QUANDO STAI FACENDO DEL TUO MEGLIO) E COSA C’ENTRA IL TUO SISTEMA NERVOSO

    Sei sul divano a guardare un cartone animato con tuo figlio (o tua figlia) di sei anni.

    Lui sgranocchia pop-corn tranquillamente; tu, invece, stai lottando con tutte le tue forze per ricacciare indietro le lacrime per una scena leggermente commovente.

    Oppure pensa a quel pomeriggio in cui tua figlia adolescente ti ha risposto male prima di chiudersi in camera.

    Una frazione di secondo. Eppure quell’occhiata ti è rimasta appiccicata addosso per ore, mandandoti in tilt il cervello per tutta la serata.

    E che dire a fine giornata?

    Sei completamente sfinita (o sfinito), sfatta dalla stanchezza. Poi pensi  alla tua amica o la tua vicina di casa, che dopo una giornata identica alla tua hanno ancora l’energia per cucinare una cena da tre portate, rispondere alle email di lavoro e organizzare il weekend per tutta la famiglia. E tu ti chiedi: “Ma com’è possibile che io mi senta un relitto umano e loro sembrano appena uscite da una SPA?”.

    Se hai risposto di sì ad almeno una di queste situazioni, voglio dirti una cosa fin da subito, forte e chiara:

    non sei esagerata. Non sei “troppo emotiva”.
    E, soprattutto, non stai sbagliando assolutamente nulla come genitore.

    Fai un respiro profondo.

    In questo articolo non troverai i soliti consigli teorici che ti fanno sentire in colpa o che ti dicono di “impegnarti di più”. Sei già stanca, l’ultima cosa di cui hai bisogno è un dito puntato contro.

    Il problema non è che ci sia un errore nel tuo codice genetico: è che nessuno ti ha mai spiegato come funziona il tuo sistema nervoso.

    Potresti semplicemente essere un Genitore Altamente Sensibile. 

    E se comprendi davvero cosa significa, ti garantisco che la tua vita e il modo in cui cresci i tuoi figli cambieranno significativamente.


    Il “difetto” che in realtà è un superpotere 

    Nel mio lavoro di pedagogista, dopo vent’anni passati a supportare centinaia di famiglie, c’è una cosa che mi fa profondamente arrabbiare: il modo in cui la psicologia spicciola spinge le mamme e i papà a sentirsi sbagliati, solo perché nessuno ha mai spiegato loro come funzionano davvero.

    Tanti dei genitori che arrivano da me si descrivono come “troppo ansiosi”, “troppo reattivi”, “troppo coinvolti emotivamente”. Persone straordinarie che passano anni a scusarsi con se stesse e con il mondo, confrontandosi costantemente con gli altri genitori e sentendosi sempre fuori posto: in eccesso da qualche parte, in difetto da un’altra.

    Poi ci parlo cinque minuti e il quadro mi è chiarissimo: sono persone altamente sensibili.

    Lo sono sempre state, fin da piccole.

    Mettiamo subito un punto fermo: non stiamo parlando di una patologia, di un disturbo mentale o di una debolezza che devi superare a suon di “Stringi i denti!”. L’alta sensibilità è un tratto del temperamento, studiato fin dagli anni Novanta dalla ricerca scientifica, che caratterizza circa il 20-30% della popolazione mondiale https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/

    Quindi…non sei sbagliata. Funzioni solo con regole differenti.


    I 4 segnali che rivelano la tua alta sensibilità


    Essere un genitore altamente sensibile significa elaborare la realtà in modo molto più intenso rispetto alla media. Nella vita di tutti i giorni con i tuoi figli, questo si traduce in quattro caratteristiche ben precise:

    • L’analisi profonda: tu non ti limiti a vivere le cose, le elabori in profondità. Questo filtro finissimo ti rende straordinariamente riflessiva e ti permette di accorgerti di ogni minimo cambiamento emotivo e nel comportamento di tuo figlio, prima di chiunque altro.
    • Il sovraccarico rapido: un cervello che elabora tutto a un livello così profondo consuma una quantità di energia mostruosa. Ecco perché vai in cortocircuito molto prima degli altri negli ambienti caotici o quando i piani saltano all’ultimo secondo.
    • Sei profondamente empatica: senti letteralmente le emozioni degli altri dentro di te. Ogni gioia, pianto o frustrazione di tuo figlio ti entra dentro come una scarica elettrica, amplificata al massimo.
    • Noti l’invisibile: tu cogli dettagli che per la maggior parte delle persone non esistono. Un micro-cambiamento di tono nella voce, un secondo di esitazione, il clima pesante in una stanza. Tu leggi la vita ad altissima definizione.


    Metti insieme questi quattro elementi e capisci immediatamente perché fare il genitore, per te, richieda uno sforzo immenso Ecco perché è così importante imparare a capire cosa si nasconde dietro certi comportamenti, invece di limitarsi a cercare di fermarli.

    Ne parlo nel mio webinar gratuito “Perché tuo figlio esplode così. Quello che nessuno ti ha detto sui bambini difficili”, dedicato ai genitori che vogliono comprendere meglio le reazioni dei propri figli.

    Scopri il webinar gratuito →https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    La verità sulla “ruminazione” (che non ti hanno mai detto)

    Scommetto che una delle cose per cui ti colpevolizzi di più è la tua tendenza a rimuginare. I bambini finalmente dormono, la casa è silenziosa, potresti rilassarti. E invece la tua mente si accende e inizia il processo a tutto quello che hai detto o fatto durante il giorno.

    “Avrò esagerato a urlare?”

    “Quella risposta lo avrà ferito?”

    “E se quel capriccio nascondesse un disagio più profondo?”.

    Gli esperti usano una parola ben precisa per descrivere questo meccanismo: lo chiamano “ruminazione”, trattandolo come un difetto comportamentale da correggere.

    Io la vedo in modo diametralmente opposto.

    Quella che gli altri chiamano ruminazione, per te genitore altamente sensibile è semplicemente il tuo sistema nervoso che va in sovraccarico e  continua a macinare, a scavare, a lavorare su un fatto anche quando la situazione è ormai archiviata.

    Ti faccio un paio di esempi pratici. 

    Tuo figlio di quattro anni non vuole mettersi le scarpe per andare all’asilo. Glielo chiedi dieci volte con il sorriso, poi perdi la pazienza e lanci un urlo. Alle undici di sera sei ancora lì, a fissare il soffitto al buio, con il sistema nervoso incastrato in una spirale di pensieri che non riesci a spegnere: ‘Non sono una brava mamma’“.

    Oppure: tua figlia di quindici anni torna da scuola e ti risponde malissimo. Stavolta, con uno sforzo sovrumano, riesci a mantenere la calma. Non urli, respiri profondamente e la lasci andare in camera sua. Gestione da manuale. Eppure, poche ore dopo sei di nuovo lì, a fissare lo stesso soffitto, ad analizzare ogni singola parola, chiedendoti se quel silenzio non sia stato un errore e se in fondo stai sbagliando tutto.

    Vedi il paradosso? Reagisci male e stai male. Reagisci bene e stai male lo stesso.

    E questo accade perché tratti il tuo ruolo di genitore con serietà monumentale. Ci tieni profondamente, e questa è una risorsa immensa.

    Il problema reale non è che pensi troppo: è che ti manca una strategia.

    Manca quel libretto delle istruzioni fondamentale per imparare a mettere un punto, spegnere i pensieri e riprendere il controllo prima che la mente ti trascini nel solito labirinto di ansie.

    La differenza tra una riflessione utile e una spirale di ansia che ti toglie il sonno sta tutta qui.

    È solo una questione di metodo.

    E la buona notizia è che questa è un’abilità che si impara https://danielascandurra.com/tu-non-mi-comandi-la-frase-che-ti-manda-in-tilt-e-come-rispondere-da-genitore-autorevole/


    Cosa dice la scienza (e perché questa è la svolta che stavi aspettando)

    Adesso lasciamo da parte le chiacchiere e guardiamo in faccia i dati concreti. 

    La ricerca scientifica ha studiato esattamente cosa succede quando una persona altamente sensibile si trova a fare il genitore.

    E indovina un po’?

    I risultati ribaltano completamente l’idea che hai sempre avuto di te stessa. Smontano una volta per tutte la convinzione di essere quella “sbagliata” o “troppo fragile”.

    I dati ci dicono due cose fondamentali. 


    Verità Numero 1: il biglietto d’ingresso per te costa il doppio

    Nelle prime fasi della genitorialità, il genitore altamente sensibile subisce una batosta micidiale.

    I tuoi livelli di stress volano a quote che un genitore medio non può nemmeno immaginare.

    Caos, urla, pianti e l’imprevedibilità totale dei figli sono un terremoto continuo per un sistema nervoso ad alta risoluzione come il tuo.

    Tu non ricevi semplicemente gli stimoli: li amplifichi.

    Paghi un prezzo altissimo in termini di energia e stanchezza cronica.

    Ma c’è un motivo se questo prezzo è così alto. Ed è la seconda verità.


    Verità Numero 2: la qualità del tuo risultato non ha rivali

    Nonostante lo stress da record, i genitori altamente sensibili registrano punteggi di sintonizzazione con i figli che surclassano la media.

    Giochi letteralmente un altro campionato!

    Laddove gli altri genitori devono sforzarsi per capire cosa c’è che non va, tu leggi i segnali di tuo figlio con una precisione chirurgica. S

    enti il suo bisogno prima ancora che si esprima.

    Sai esattamente come rassicurarlo e come costruire quel legame profondo che la scienza definisce “attaccamento sicuro”.

    Il celebre psichiatra Daniel Siegel parla di questa sintonizzazione come del pilastro assoluto per la salute emotiva di un bambino.

    Per un genitore normale, questo richiede sforzo e studio; per te è una risposta naturale, il tuo modo spontaneo di stare al mondo. Tu tuo figlio lo senti dentro.


    Non sei tu il problema: stai solo guidando una Ferrari senza i freni

    Mettiamo i punti sulle i.

    Non c’è nessun difetto strutturale da correggere dentro di te. Smettila di darti le colpe o di pensare di non essere all’altezza.

    Tu hai tra le mani una macchina da corsa straordinaria, che funziona infinitamente meglio della media. Possiedi un motore emotivo potentissimo. Il problema reale è che nessuno ti ha mai dato il manuale d’istruzioni per gestirlo, e così finisci inevitabilmente fuori strada, prosciugata di ogni singola goccia di energia.

    Non devi cambiare la tua natura.

    Devi solo imparare a calibrare i consumi di questo motore.

    Devi smettere di subire la tua sensibilità e iniziare a governarla, prima che ti consumi.

    E la buona notizia è che la strategia per farlo esiste. Punto.

    Se in queste righe hai riconosciuto alcuni comportamenti di tuo figlio, nel mio webinar gratuito scoprirai quali segnali è importante cogliere e come imparare a leggerli con occhi diversi, per comprendere meglio cosa può nascondersi dietro quelle sue reazioni che oggi ti lasciano spiazzata e non sai come gestire https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Come cambia la tua sensibilità mentre tuo figlio cresce

    L’alta sensibilità non scompare con il tempo. Cambia solo forma a seconda dell’età di tuo figlio. E se non sai come si evolve, rischi di combattere una guerra persa in partenza.

    Ecco come cambiano le regole del gioco e dove rischi di finire “la benzina” senza accorgertene:


    Da 0 a 3 anni: Il sovraccarico sensoriale. Sei letteralmente bombardata pianti continui, disordine e quel bisogno di contatto fisico h24 che ti prosciuga. Ma c’è il risvolto della medaglia: la tua sensibilità è un radar millimetrico. Distingui il pianto di fame da quello di colica a tre settimane e disinneschi il capriccio prima ancora che esploda.


    Da 6 a 12 anni: La trappola della fusione emotiva. Tuo figlio litiga con un amico o viene escluso da una festa? Tu provi quel dolore sulla tua pelle e ci perdi il sonno, anche se lui il giorno dopo è già passato oltre. Qui il tuo compito è quello di  tracciare un confine netto tra il suo dolore e il tuo. Se ti fai fagocitare, perdi la lucidità. E un genitore senza lucidità non può essere di aiuto.


    Con gli adolescenti: Lo shock del distacco. Per staccarsi e crescere, i ragazzi alzano muri e rispondono a monosillabi. Per te che leggi l’anima, questo silenzio è doloroso. Sembra un rifiuto, ma è solo crescita. Quel filo non si è rotto, si è solo allentato. La tua capacità di decodificare i suoi silenzi è la sua salvezza: ha bisogno di un porto sicuro, non di un genitore invadente.


    Il piano d’azione: cosa devi fare concretamente da domani mattina

    La teoria non ti salva.

    Sapere di essere un genitore altamente sensibile non serve a nulla se continui a gestire le tue giornate come hai sempre fatto.
    Ora si passa ai fatti.

    Ecco tre regole, non negoziabili, da applicare subito:

    •  Pianifica il recupero sensoriale
      Il tempo per te stessa e il silenzio non sono un premio che ti concedi se hai fatto “la brava”. È manutenzione ordinaria del tuo sistema nervoso. Metti in agenda 20 minuti di isolamento totale al giorno. Esci per una passeggiata all’aperto a passo lento, scarica i pensieri scrivendo su un diario, o immergiti nelle pagine di un libro. Fai sparire lo smartphone: zero notifiche, zero schermi. Non stai abbandonando nessuno: stai resettando un sistema meraviglioso prima che vada in fumo. Punto.
    • Smetti di paragonarti agli altri genitori
      Evita di torturarti guardando la mamma della porta accanto. Se lei si stanca la metà di te, non è più forte o più brava di te. Ha solo un sistema nervoso diverso. Tu guidi una Ferrari emotiva, lei un’utilitaria. I consumi sono diversi. Accettalo e smetti di misurare il tuo valore con il metro degli altri.
    • Dai un nome a ciò che ti appartiene
      Sviluppa l’abitudine di separare le tue emozioni da quelle di tuo figlio. Quando senti un’ondata di ansia o rabbia improvvisa, fermati e chiediti: “Questa emozione è mia, o sto solo assorbendo come una spugna la sua?”. E’ l’unico modo per mantenere lucidità ed evitare reazioni automatiche dettate dal panico.


    La svolta: smetti di subire. Inizia a guidare

    Essere un genitore altamente sensibile può costarti caro.

    Ti costa energia, notti passate a ripensare a quello che hai detto, sensi di colpa per una reazione che avresti voluto evitare.

    Ma la tua sensibilità può diventare anche una risorsa preziosa nel rapporto con tuo figlio.

    Perché ti permette di cogliere sfumature, emozioni e piccoli segnali che spesso passano inosservati.

    Il punto è imparare a usare questa capacità senza lasciarti travolgere da tutto quello che senti.

    E c’è una cosa da cui puoi cominciare.

    Smettere di guardare soltanto come si comporta tuo figlio e iniziare a chiederti cosa sta cercando di comunicarti attraverso quel comportamento.

    Pensa a quelle volte in cui esplode per una richiesta apparentemente banale. Quando gli dici di spegnere la televisione, di prepararsi per uscire o semplicemente di fare qualcosa che non gli va.

    Tu cerchi di ragionare con lui, ma sembra non ascoltarti. Alzi la voce, lui urla ancora più forte e in pochi minuti ti ritrovi dentro l’ennesima battaglia.

    Poi arriva la sera e ricomincia il solito processo: “Dove ho sbagliato? Cosa avrei potuto fare diversamente?”

    Ma se il problema fosse proprio il modo in cui stai interpretando quelle reazioni?

    Se dietro certi comportamenti ci fosse qualcosa che non hai ancora imparato a riconoscere?

    È da questa domanda che voglio aiutarti a partire.

    Ho preparato un webinar gratuito dal titolo:

    “Perché tuo figlio esplode così. Quello che nessuno ti ha detto sui bambini difficili”.

    Un approfondimento dedicato ai genitori che si ritrovano ad affrontare scoppi di rabbia, opposizioni e reazioni difficili da comprendere, e vogliono iniziare a guardare questi comportamenti da una prospettiva diversa.

    Perché continuare a chiederti come farlo smettere potrebbe non essere la domanda giusta.

    A volte, la domanda più utile è capire perché sta reagendo proprio in quel modo.

    E quando inizi a cambiare prospettiva, puoi cominciare a cambiare anche il modo in cui ti relazioni con lui.

    ACCEDI AL WEBINAR GRATUITO →https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy

    Non devi avere sempre la risposta pronta. E non devi essere un genitore perfetto.

    Ma puoi imparare a comprendere meglio ciò che accade tra te e tuo figlio, senza trasformare ogni momento difficile in una battaglia contro di lui o contro te stessa.

    
    

               

  • LA VERITA’ SCOMODA SUI BAMBINI LENTI: PIU’ LI SPINGI, PIU’ RALLENTANO

    LA VERITA’ SCOMODA SUI BAMBINI LENTI: PIU’ LI SPINGI, PIU’ RALLENTANO

    E’ mattino. Sei già in ritardo.

    “Cosa vuoi per colazione?” Silenzio. “Latte o yogurt?”

    Tuo figlio (o tua figlia) ti guarda. Ti fissa. Ma non risponde.

    Allora aspetti. Aspetti ancora. Nel frattempo il tempo scorre, tu ti irrigidisci. E il tono di voce sale.

    Alla fine risponde… e due minuti dopo cambia idea.

    Oppure sono le 16:30. Ora dei compiti. Mezz’ora prevista.

    Due ore dopo è ancora lì, con la penna in mano e lo sguardo perso. E tu sei lì accanto, sospesa/o tra due impulsi: aiutarlo o alzarti prima di perdere la pazienza.

    E alla fine, anche se sai che non dovresti, lo dici:

    “Sbrigati!”, “Muoviti!”, “Perché ci impieghi sempre così tanto?”.

    Poi ti senti in colpa. Perché lui non lo fa apposta. Questo lo sai.


    No, non sei una cattiva madre. Non sei un cattivo padre https://danielascandurra.com/genitori-altamente-sensibili-perche-ti-senti-sempre-un-genitore-sbagliato-anche-quando-stai-facendo-del-tuo-meglio-e-cosa-centra-il-tuo-sistema-nervoso/

    E tuo figlio non è pigro, svogliato, né “con la testa tra le nuvole”. Ha solo un cervello che elabora le informazioni in modo diverso. Più lento, sì. Ma anche più profondo, più accurato, più ricco di sfumature di quanto tu riesca a vedere adesso.

    E c’è qualcosa che probabilmente nessuno ti ha ancora detto su come funziona davvero quel cervello e, soprattutto, su cosa stai facendo ogni giorno, in buona fede, che rende tutto più difficile.

    Cominciamo.


    Cosa significa davvero “elaborare lentamente”

    Esiste qualcosa che si chiama velocità di elaborazione delle informazioni.

    In parole semplici: il tempo che il cervello impiega per ricevere un’informazione, comprenderla e trasformarla in risposta o azione.

    Tradotto nella vita di tutti i giorni, significa che tuo figlio può capire quello che gli dici, ma avere bisogno di più tempo per reagire. Può sapere cosa deve fare, ma impiegare più tempo per iniziare. Può avere la risposta in testa, ma non riuscire a dirla subito.

    Non ha a che fare con l’intelligenza. Neanche con l’attenzione. E nemmeno con la motivazione. È una caratteristica neurologica, il modo in cui il cervello di una persona è cablato per processare il mondo.

    Alcuni cervelli lo fanno in fretta. Altri hanno bisogno di più tempo. Nessuno dei due modi è sbagliato. Sono semplicemente diversi.

    Il problema è che viviamo in un mondo costruito sui cervelli veloci.

    La scuola va veloce. Le famiglie vanno veloci. Le conversazioni vanno veloci. E un bambino con una velocità di elaborazione lenta si trova costantemente “in ritardo”. Non perché sia lento, ma perché gli viene chiesto di stare al passo con un ritmo che non è il suo.

    Non è lui il problema. È quel ritmo che non gli appartiene.


    Il collegamento che cambia tutto: la lentezza e l’alta sensibilità

    Questo è il punto che più mi preme spiegarti. Quello che quasi nessuno conosce.

    Se hai un figlio con elaborazione lenta, c’è una probabilità molto concreta che sia anche un bambino altamente sensibile.

    Non nel senso comune (“si offende facilmente” o “piange per tutto”).

    L’alta sensibilità (HSP, secondo la ricercatrice Elaine Aron) è una caratteristica neurologica. Significa avere un sistema nervoso che elabora le informazioni in modo più profondo, più ricco, più intenso rispetto alla media. Il 20-30% dei bambini nasce con questa caratteristica. Non è un disturbo. Non è qualcosa che va corretto https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/

    Questi bambini elaborano lentamente, non per pigrizia, ma perché quando ricevono un’informazione, qualsiasi informazione, il loro cervello non si limita a registrarla. La analizza. La confronta con tutto quello che sa già. La connette ad esperienze passate. La valuta da angolazioni diverse.

    È come guardare il mondo con una lente d’ingrandimento. Dove altri bambini guardano in fretta e vanno avanti, loro si fermano. Guardano meglio. Notano più cose. Collegano dettagli che agli altri sfuggono. Non si accontentano di “vedere”: hanno bisogno di capire davvero.

    Tutto questo, ovviamente, ha un costo.

    Richiede più tempo. E soprattutto… molta più energia.

    Pensa a una mattina qualunque a casa tua:

    • la televisione accesa
    • un fratello che continua a parlare
    • i rumori dalla cucina
    • la tua voce che chiama, magari con un po’ di urgenza perché si sta facendo tardi.

    Per molti bambini è solo sottofondo. Per tuo figlio no. Lui sente tutto.

    E tutto questo… consuma energia.

    Così, quando arriva una domanda semplice: “Vuoi latte o yogurt?”, il suo sistema è già pieno. Saturo.

    Non è che non voglia rispondere.

    È che non ha più spazio mentale per farlo.

    Succede con i bambini che sembrano sempre distratti o lenti, ma anche con quelli che esplodono di rabbia, si oppongono a ogni richiesta o reagiscono in modo sproporzionato.

    Se anche tu fai fatica a capire certe reazioni di tuo figlio, nel mio webinar gratuito “Perché tuo figlio esplode così” ti aiuterò a guardare i comportamenti dei bambini cosiddetti “difficili” da una prospettiva diversa.

    SCOPRI IL WEBINAR GRATUITO →https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy

    5 cose che fai ogni giorno (e che stanno rallentando tuo figlio più di quanto pensi)

    Alcune delle cose che fai ogni giorno, in buona fede, proprio quelle che pensi possano aiutarlo, stanno in realtà rendendo tutto più difficile per tuo figlio.

    Vediamole una per una.

    ERRORE 1 –  Mettere fretta

    Frasi come “Sbrigati!” o “Muoviti!” non funzionano.  Aumentano solo ansia e sovraccarico mentale. E un bambino già lento a elaborare, sotto pressione, rallenta ancora di più.

    Col tempo tuo figlio non accelererà, ma interiorizzierà l’idea di essere “sbagliato”.

    ERRORE 2 – Dare troppe istruzioni insieme

    “Vai in camera, metti via lo zaino, lavati le mani e poi vieni a tavola.”

    Per te è una frase.
    Per tuo figlio sono 4 task da tenere in memoria.

    Risultato?

    Ne fa una… e poi si perde.

    Non si tratta di disobbedienza. Semplicemente ha perso i pezzi per strada.

    ERRORE 3 –  Parlare in modo incalzante

    Non è solo cosa dici, ma come lo dici. Un tono teso o accelerato aggiunge pressione emotiva. E più tuo figlio sente pressione, più rallenta.

    Esattamente il contrario di quello che vorresti.

    ERRORE 4 – Cambiare programma all’improvviso

    “Oggi non andiamo al parco, andiamo dalla nonna.”

    Per la maggior parte dei bambini, è solo una variazione. Per tuo figlio, può essere una piccola catastrofe. Ricorda: quando sa cosa aspettarsi, il suo cervello fa meno fatica. I cambi improvvisi, invece, aumentano lo sforzo di adattamento.

    ERRORE 5 –  Confrontarlo con gli altri

    “Ma tuo fratello ci mette cinque minuti!” “Gli altri finiscono prima!”

    Il confronto per un bambino altamente sensibile, che già fa molta fatica a non sentirsi sbagliato, è devastante per l’autostima. Rafforza ogni giorno l’idea che ci sia qualcosa che non va nel suo modo di funzionare.

    Spesso, nel tentativo di aiutare nostro figlio, finiamo per insistere proprio sui comportamenti che vorremmo cambiare. Gli chiediamo di sbrigarsi, di ascoltarci, di collaborare, di smetterla di fare storie.

    Ma se non comprendiamo cosa scatena certe reazioni, rischiamo di ritrovarci ogni giorno nelle stesse situazioni, con la stessa frustrazione da entrambe le parti.

    E questo vale soprattutto per quei bambini che vengono definiti “difficili”, perché esplodono, si oppongono o sembrano non ascoltare mai.

    Nel mio webinar gratuito approfondisco proprio l’importanza di comprendere cosa può nascondersi dietro questi comportamenti, prima di cercare di modificarli.

    GUARDA IL WEBINAR GRATUITO →https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    5 cose concrete che puoi fare da domani mattina

    Bene. Adesso la parte che preferisco: le soluzioni. Concrete. Pratiche. E soprattutto già testate da centinaia di genitori.

    1. Una domanda alla volta

    Quando fai una domanda a tuo figlio, aspetta davvero. Non tre secondi. Lascia che elabori. E soprattutto, riduci le opzioni: non “Cosa vuoi?” ma “Latte o yogurt?”.

    Meno opzioni = meno carico cognitivo = risposta più rapida e meno frustrazione per entrambi.

    E quando ha risposto, non soffermarti sul tempo che ha impiegato. Concentrati su ciò che ha detto e fai passare l’idea che il suo ritmo va bene così.

    2. Istruzioni singole e visive

    “Vai a lavarti le mani.” E aspetti che torni. “Ora ci sediamo al tavolo.”

    Può sembrare più lento, ma è molto più efficace: evita che tuo figlio si perda lungo il percorso.

    E poi aggiungi supporti visivi (liste, immagini, sequenze disegnate): avere le informazioni “fuori dalla testa” libera energia per agire. In questo modo è l’ambiente ad aiutarlo, non le continue ripetizioni.

    3. Anticipa i cambiamenti

    Quando qualcosa cambia, avvisa in anticipo. “Domani, invece di andare al parco, andiamo dalla nonna.” Non cinque minuti prima, ma giorno prima. Tuo figlio ha bisogno di tempo per adattarsi.

    4. Riduci il rumore dell’ambiente

    Se hai un bambino altamente sensibile, l’ambiente in cui vive fa una differenza enorme sulle sue energie mentali.

    Questo non significa vivere in un silenzio monastico. Significa meno distrazioni (TV, caos, voci alte) quando deve concentrarsi. Non devi eliminare tutto. Ma puoi creare delle piccole “oasi di calma” nei momenti in cui tuo figlio ha più bisogno di processare le informazioni: i compiti, i pasti, le transizioni importanti.

    5. Trasforma il tuo linguaggio

    Questo è il punto più importante.

    Perché le parole che usi costruiscono l’immagine che tuo figlio ha di sé stesso, pezzo per pezzo, giorno dopo giorno.

    “Sei sempre lento!” → Identità: sono lento. È quello che sono.

    “Sei sempre con la testa tra le nuvole!” → Identità: il mio cervello non funziona bene.

    “Allora, cosa aspetti a sbrigarti?” → Identità: sono un peso per la mia famiglia.

    Ora guarda la differenza.

    “Hai bisogno di più tempo per questo, va bene.”
    “Quando capisci una cosa, la capisci davvero. Anche se ci metti un po’ di più.”

    Non stai addolcendo la realtà. La stai raccontando nel modo giusto.

    La verità è la stessa. Ma detta così, costruisce sicurezza invece che dubbi.

    Ricordati: un bambino diventa anche ciò che sente dire di sé.


    Ma allora, devo preoccuparmi? Devo fare qualcosa?

    E’ una domanda che mi viene posta sempre.

    La risposta è: dipende.

    Una velocità di elaborazione lenta, di per sé, non è un disturbo. Non è qualcosa che “va curata.”  La lentezza di elaborazione non è un difetto da correggere. È un modo di funzionare.

    Il problema nasce quando non lo comprendi e allora inizi a fare quello che fanno tutti:
    spingi, correggi, fai pressione… pensando di aiutare. E ogni giorno, senza volerlo, mandi a tuo figlio un messaggio unico: così come sei non va bene.

    Ma non funziona neanche ignorare, sperare che “passi con l’età,” o peggio, continuare a trattarla come un problema di volontà o di pigrizia.

    Tuo figlio ha solo bisogno di qualcuno che lo capisca, non che lo spinga a forza dentro uno standard che non è il suo.


    Ora ti faccio una domanda semplice e diretta.

    Mentre leggevi questo articolo, quante volte hai pensato: “Ecco, questo è proprio mio figlio!”?

    Magari quando ho parlato di quei minuti interminabili che impiega per rispondere a una domanda. O delle discussioni che scoppiano ogni volta che gli chiedi di sbrigarsi.

    E forse hai iniziato a guardare certe sue reazioni con occhi diversi.

    Perché quello che fino a ieri ti sembrava pigrizia, disattenzione o mancanza di volontà potrebbe avere una spiegazione completamente diversa.

    Ed è proprio questo il punto: prima di cercare di cambiare il comportamento di un bambino, dobbiamo imparare a comprenderlo.

    Vale per i bambini che hanno bisogno di più tempo per elaborare le informazioni. Ma vale anche per quelli che esplodono di rabbia, che si oppongono continuamente o che sembrano trasformare ogni piccola richiesta in una battaglia.

    Bambini che spesso vengono definiti “difficili”, quando in realtà dietro le loro reazioni potrebbe esserci qualcosa che noi adulti non abbiamo ancora imparato a riconoscere.

    Ed è proprio per aiutarti a guardare questi comportamenti da una prospettiva diversa che ho preparato un webinar gratuito.

    Un approfondimento pensato per i genitori che ogni giorno si ritrovano a fare i conti con reazioni apparentemente inspiegabili, scoppi di rabbia, opposizioni e comportamenti che sembrano impossibili da gestire.

    Perché quando tuo figlio non collabora, perde il controllo o reagisce in modo che ti lascia spiazzata, la domanda non dovrebbe essere soltanto “Come faccio a farlo smettere?”

    Ma anche: “Cosa sta succedendo davvero a mio figlio in questo momento?”

    È da questa domanda che può iniziare un modo diverso di affrontare le difficoltà quotidiane.

    ACCEDI GRATIS AL WEBINAR →https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy

    Tuo figlio non ha bisogno di sentirsi continuamente dire che deve cambiare.

    Ha bisogno di un adulto che impari a riconoscere i suoi bisogni, rispettare i suoi tempi e accompagnarlo senza farlo sentire sbagliato.

    E puoi iniziare proprio da qui.

  • TUO FIGLIO CONTINUA A SPORCARE LE MUTANDINE DI CACCA? NON È CAPRICCIO, NON È PIGRIZIA: È UN SEGNALE DEL SUO CORPO CHE NESSUNO TI HA MAI INSEGNATO A RICONOSCERE

    TUO FIGLIO CONTINUA A SPORCARE LE MUTANDINE DI CACCA? NON È CAPRICCIO, NON È PIGRIZIA: È UN SEGNALE DEL SUO CORPO CHE NESSUNO TI HA MAI INSEGNATO A RICONOSCERE

    Succede ogni giorno in tante famiglie. Forse anche nella tua.

    Siete appena usciti per una passeggiata, magari diretti al parco. Oppure siete in fila al supermercato. O ancora, sei appena rincasata/o dopo una giornata di lavoro faticosa… e all’improvviso percepisci quell’odore forte, inconfondibile.

    Poi lo sguardo: abbassato, sfuggente, pieno di imbarazzo. È quello di tuo figlio (o tua figlia) che, ancora una volta, si è fatto la cacca addosso.

    A 5, 6, 7 o magari anche a 10 anni.

    E dentro di te senti un mix di emozioni: confusione, frustrazione, magari un po’ di rabbia.

    Non sai più come reagire. Non sai più cosa pensare:

    • hai già provato tutto
    • hai cercato di parlarne con calma
    • hai sgridato, quando la pazienza è finita
    • hai provato a motivarlo con premi, adesivi, giochi, ricompense
    • hai persino fatto finta di nulla, sperando che bastasse il tempo.

    Ma niente. Succede ancora. E ogni volta ti chiedi: “Lo fa apposta? Sta cercando attenzione? È normale tutto questo? Perché succede ancora?”

    Fermati un attimo e fai un bel respiro. 

    Quello che sta vivendo tuo figlio, tua figlia ha un nome preciso: encopresi. E, anche se non se ne parla molto, è una difficoltà che riguarda moltissime famiglie.

    C’è però un dettaglio che quasi nessuno ti dice, e che nella mia esperienza fa tutta la differenza: nella stragrande maggioranza i figli dei genitori che seguo per questa difficoltà, hanno un tratto in comune. Sono bambini altamente sensibili. E no, non è un caso https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/


    Cos’è davvero l’encopresi?

    L’encopresi è una delle esperienze più faticose e scoraggianti che un genitore possa trovarsi ad affrontare durante la crescita di un figlio.


    Colpisce circa il 3% dei bambini in età prescolare e l’1,5% in età scolare.
    Una difficoltà che si presenta proprio in quel momento in cui ci si aspetta che certi traguardi, come usare il vasino o andare in bagno da soli, siano ormai superati.

    E invece, all’improvviso, qualcosa si blocca.


    Il bambino, che sembrava aver acquisito il controllo, inizia a sporcarsi di nuovo, a fare la cacca fuori contesto: nelle mutandine, magari per terra, oppure nascosto in un angolo.
    Un comportamento che può derivare tanto dal non riuscire a trattenere lo stimolo, quanto dal tentativo opposto, trattenerlo troppo a lungo.


    In questi casi si parla di encopresi, ma solo quando sono presenti alcune condizioni specifiche:

    • avere compiuto almeno 4 anni
    • gli episodi si ripetono con una certa frequenza, almeno una volta al mese per tre mesi consecutivi
    • non ci sono cause organiche o effetti di farmaci che possano spiegare il sintomo.

    Per i genitori, affrontare l’encopresi significa convivere con una serie di sfide quotidiane che vanno ben oltre il “farsi la cacca addosso”. C’è l’aspetto pratico: l’odore sgradevole, le lavatrici continue, le borse sempre piene di ricambi, anche solo per un’uscita breve. Ma soprattutto, c’è il carico emotivo: l’imbarazzo, la frustrazione, l’ansia che possa succedere ancora.


    E quel pensiero silenzioso che inizia a farsi strada:
    “Forse c’è qualcosa che non va… in lui, in lei… o forse in me.”

    È facile sentirsi stanchi, soli, scoraggiati.
    A volte anche inadeguati.

    Ed è qui che serve fare chiarezza.
    Non è una questione di capricci. Non è un comportamento fatto apposta. Se tuo figlio si sporca regolarmente, non lo fa per sfida. Non lo fa per infastidirti. Non è che “non voglia collaborare”.
    La verità è che, in molti casi, non può farne a meno.

    Non c’è intenzione. Non c’è scelta.
    C’è il suo corpo che agisce prima della sua volontà.

    E se tuo figlio è anche altamente sensibile, cioè uno di quei bambini che sentono tutto un po’ più forte, che si accorge di ogni sfumatura, che reagisce con più intensità agli stimoli, allora questo “corpo che agisce prima della volontà” ha ancora meno margine di manovra in quanto il suo sistema nervoso è tarato per percepire di più, elaborare più a fondo, allarmarsi più in fretta.

    E quando l’allarme scatta, il corpo si chiude. Letteralmente. Se leggendo fin qui ti sei riconosciuta/o, se hai capito che quello che vive tuo figlio potrebbe avere a che fare con la sua alta sensibilità, ho preparato un webinar gratuito per genitori come te, per aiutarli capire davvero questo tratto temperamentale e come riconoscerlo, prima che diventi un problema più grande da gestire in emergenza https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    L’encopresi è un segnale (silenzioso), non la causa

    Ci sono tante ragioni per cui tuo figlio, tua figlia potrebbe trattenere la cacca e finire per sporcarsi le mutandine. E no, non è sempre facile capirlo da fuori. Ma ti assicuro che dietro c’è sempre un motivo preciso.

    In alcuni casi, il motivo è la stitichezza oppure la presenza di piccole ragadi, che rendono l’evacuazione dolorosa. Ogni volta che sente lo stimolo… scatta il panico. Il suo corpo ricorda quel fastidio, e allora blocca tutto per proteggersi. Solo che più trattiene, più la cacca diventa dura… e più farà male la volta successiva.

    Un circolo vizioso, tanto semplice quanto subdolo.

    E qui il tratto dell’alta sensibilità pesa il doppio: un bambino altamente sensibile non solo sente il dolore fisico, ma lo ricorda con un’intensità e una durata superiori alla media. Un episodio doloroso, per lui, non è “un brutto momento passato”. È un’informazione che il sistema nervoso archivia e a cui resta iper-vigile per mesi. Ecco perché, per esempio, anche quando la ragade è guarita da tempo, il corpo continua a trattenere “per sicurezza”.

    Altre volte, invece, tutto inizia da un percorso complicato con il vasino. Forse hai tolto il pannolino perché sembrava pronto, o perché era “l’età giusta”… ma dentro di lui qualcosa non era ancora al suo posto. E così, quando arriva il momento di evacuare, si blocca. Si sente insicuro, magari ha paura del water, o semplicemente non si fida ancora del proprio corpo.

    Poi ci sono le regole.
    Quelle che sembrano innocue, ma che, se troppo rigide, rendono quel momento delicato un vero campo minato. “Pulisciti bene!”, “Attento a non sporcare!”, “Dai, sei capace, non sei più un bebè!”. E all’improvviso, un gesto naturale diventa un’operazione tecnica, piena di pressioni e aspettative.

    E se per un bambino normosensibile queste frasi rappresentano un piccolo peso, per un bambino altamente sensibile sono invece un macigno. Perché lui non sente solo le parole: sente il tono, l’impazienza nascosta dietro la frase, la delusione anche minima sul tuo viso. E tutto questo si somma, si stratifica, gli resta dentro.

    Soprattutto fuori casa.


    A scuola, in gita, da amici… dove non c’è il “suo” bagno, non ci sono le stesse sicurezze. E lì, spesso, preferisce trattenere. Anche se sente lo stimolo. Perché non si sente abbastanza libero. Perché ha paura di non farcela “come si fa a casa”.

    Un bambino altamente sensibile fa più fatica di altri proprio in questi contesti: rumori diversi, odori diversi, la sensazione di essere osservato, la mancanza di privacy. Sono tutti micro-stimoli che per lui non sono affatto “micro”. Si accumulano, saturano il suo sistema nervoso, e il corpo, di fronte a tutto quel carico, sceglie l’unica strategia che conosce: chiudersi, trattenere, aspettare un momento “più sicuro” che magari non arriva mai durante la giornata scolastica.

    Così, giorno dopo giorno, trattenere diventa un’abitudine. Un modo per evitare l’ansia. Una specie di protezione. Ma anche – e questo è importante – un gesto di autoaffermazione. Un modo silenzioso, ma potentissimo, per dire: “Questa cosa la decido io.”

    Ecco perché è fondamentale osservare questi segnali senza giudicare.
    Perché dietro quel comportamento c’è sempre una logica.


    Quando tuo figlio trattiene le emozioni, il suo corpo trova il suo modo per esprimerle

    Oltre alle spiegazioni più comuni – come la stitichezza, uno spannolinamento non riuscito – ci sono, però, un paio di aspetti molto spesso trascurati e sottovalutati quando si parla di bambini che trattengono la cacca e si sporcano le mutandine.

    Parlo con la voce dell’esperienza: da pedagogista, lavoro ogni giorno con famiglie che affrontano esattamente questo tipo di situazione e so quali strumenti funzionano e quali no.


    Quando un bambino si sporca regolarmente, nella stragrande maggioranza dei casi ci sono due motivi profondi che nessuno ti spiega davvero:

    • Tuo figlio fa una terribile fatica a lasciar andare
    • E non ha ancora imparato a gestire le emozioni forti senza bloccare tutto.

    Due dinamiche fondamentali della crescita emotiva… ma che vengono sistematicamente ignorate. Perché è molto più comodo dire “è stitichezza”, “è solo una fase”, “forse hai tolto il pannolino troppo presto”.

    Ma la verità è che, se tuo figlio sta vivendo un cambiamento importante — un trasloco, l’arrivo di un fratellino, l’ingresso alla scuola materna o primaria — qualcosa dentro si muove. E se non ha gli strumenti per esprimerlo, quel qualcosa… si blocca.

    E se è anche altamente sensibile, il cambiamento non lo vive un po’ più intensamente. Lo vive molto più intensamente. Perché la sua caratteristica di fondo è proprio questa: elaborare ogni esperienza in profondità, restare più a lungo dentro le emozioni, aver bisogno di più tempo per digerire ciò che succede intorno. Un trasloco, per lui, non è solo un cambio di indirizzo. È un cambio di odori, di rumori, di luce, di sicurezze. Tutto insieme, tutto in una volta.

    E sai qual è la conseguenza di tutto questo?
    Comincia a trattenere. Non solo fisicamente. Trattiene tutto: le emozioni, la rabbia, la paura, perfino il bisogno di chiedere aiuto.

    Perché lasciare andare, per un bambino non è un gesto banale.


    È un atto di fiducia.


    Lasciare andare la cacca — sì, proprio lei — vuol dire lasciar andare qualcosa che è “suo”. Qualcosa che è uscito da lui un suo prodotto. E se sente che sta perdendo il controllo in altre aree della sua vita (tipo quando tutto cambia o qualcuno di nuovo gli ruba la scena)… quel gesto può diventare spaventoso.

    Pensa a un bambino che ha appena avuto un fratellino.
    Tutti gli dicono che “adesso è grande!”. E allora, se fare la cacca vuol dire “fare il grande”…lui trattiene. Trattiene per dire: “Io non sono pronto Non voglio fare il grande. Non voglio essere messo da parte.”

    Oppure pensa a un bambino che ha cambiato casa.
    Bagno nuovo, odori nuovi, abitudini nuove. Se non si sente al sicuro, trattenere diventa un modo per dire: “Questo spazio non lo sento mio. Non sono abbastanza tranquillo per rilassarmi e lasciarmi andare.”

    E quando trattenere diventa abitudine… arriva l’encopresi.
    Perché il corpo, a un certo punto, non ce la fa più a trattenere. E le perdite sfuggono. Le mutandine si sporcano. E tutto questo succede senza che un bambino lo voglia o lo decida.

    Non solo.
    Prova a immaginare come si sente un bambino che, per esempio, si fa la cacca addosso a scuola. Che sente l’odore, che vede gli altri compagni girarsi. Che torna a casa e guarda negli occhi un genitore stanco, che magari non dice nulla… ma sospira forte.

    Si sente sporco. Sbagliato. Inadeguato. Solo.

    E se è un bambino con una sensibilità fuori dalla norma, questa vergogna non scivola via in un’oretta. Resta. Si deposita. Diventa una convinzione su di sé, perché è proprio così che funziona la sua mente: elabora tutto più a fondo, comprese le esperienze negative su di sé.
    E inizia a pensare:

    “Forse non sono capace.”, “Forse sono sbagliato.”, “Forse deludo tutti.”

    E mentre gli adulti cercano spiegazioni, lui cerca solo una cosa:
    qualcuno che lo capisca. Senza giudicarlo.

    Ecco perché è fondamentale cambiare approccio. Perché non è un problema educativo. Non è una sfida. Non serve insistere, né alzare la voce, né ripetere per la centesima volta “devi andare in bagno”.

    Ti servono strumenti. Veri. Pratici. Applicabili.

    Tuo figlio, tua figlia non ha bisogno di una diagnosi. Ha bisogno di essere accompagnato. Di sentire che non è sbagliato, che non è “meno” degli altri bambini.
    E tu — sì, proprio tu — hai tutte le risorse per aiutarlo.

    Hai solo bisogno di qualcuno che ti aiuti a tirarle fuori.
    Io posso farlo con te.
    Insieme possiamo trasformare questa fatica in un percorso di crescita. Con strumenti semplici, adatti alla vostra quotidianità, che funzionano davvero e che tengono conto di chi è realmente tuo figlio.

    Prima di passare alle strategie pratiche, fermati un secondo.

    Se stai iniziando a vedere il tuo bambino sotto questa nuova luce, non più “un bambino che si sporca”, ma un bambino altamente sensibile che sta cercando un modo per comunicare qualcosa, è il momento giusto per approfondire.

    Nel mio webinar gratuito ti spiego, con parole semplici e senza tecnicismi, cosa significa davvero l’alta sensibilità e come cambia il modo di stare accanto ai figli https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Cosa puoi iniziare a fare già da oggi


    Eccoti 5 strategie pratiche e concrete.

    1. Non essere troppo insistente. Lo so, è frustrante. Ma più insisti, più lui/lei si chiude. Evita frasi come “Dai, forza, devi farla!” oppure “Se non la fai ora, la trattieni di nuovo e sentirai molto male!”.
    Piuttosto prova a proporre il bagno come una pausa tranquilla, senza pretese: rendi quel momento leggero, il più sereno possibile: “Vuoi portarti quel libro che ti piace tanto mentre sei seduto sul visino (o sul water)?”.

    2. Quando si sporca, niente panico nè prediche. Se succede – e succede! – non farne un dramma. Limita le tue reazioni emotive. Niente “Ma com’è possibile ancora?”, “Ma l’hai fatto apposta?”o sguardi delusi.
    Puoi dire: “Ok, oggi è andata così. Succede. Ti aiuto a cambiarti.”.


    3. Crea piccole routine di rilassamento quotidiano. Un bagno caldo, un massaggio alla pancia, una respirazione semplice (tipo “Gonfia la pancia come un palloncino e poi sgonfiala piano piano!”).
    Il suo corpo ha bisogno di sentirsi al sicuro per lasciare andare e funzionare bene.


    4. Dai voce a quello che prova. Se noti che tuo figlio è teso o trattenuto, puoi iniziare tu: “Diventa tutto più difficile quando le cose cambiano, vero?”. “Ti capita mai di sentire mal di pancia quando sei arrabbiato o triste?”. Anche se non ti risponde subito, stai aprendo una porta.


    5. Ricordagli che va bene anche così. Sporcarsi non è un segno di fallimento. E sentirlo dire da te fa tutta la differenza:“Non ti preoccupare. Ti voglio bene anche così!”, “Possiamo affrontarlo insieme. Non sei solo.”


    Non serve una diagnosi. Serve uno sguardo diverso

    Se tuo figlio trattiene la cacca o si sporca le mutandine e hai già escluso cause organiche con il pediatra, lascia che te lo dica con chiarezza: non c’è nessun disturbo da curare.

    Non è malato. Non c’è niente da “aggiustare”. E non c’è niente da aggiustare nemmeno nella sua alta sensibilità, se è quello il suo tratto: non è un “difetto di fabbrica”, è un modo diverso, non peggiore, non migliore, ma diverso di percepire il mondo.

    Tuo figlio sta solo cercando di comunicare qualcosa… e lo fa con il mezzo che conosce meglio: il suo corpo. Se fai fatica a capirlo, non è perché non sei capace.

    È solo che nessuno ti ha mai insegnato a leggere questo tipo di messaggio attraverso la lente giusta: quella di un bambino che sente tutto con un volume più alto della media.

    Vedi, quello che vive è un passaggio normale della crescita, ma carico di emozioni che non sa gestire da solo. E se continui a cercare una diagnosi, una causa “medica”, un’etichetta… rischi di passare accanto al vero problema senza nemmeno sfiorarlo.

    Ti serve uno sguardo diverso. Serve capire davvero cos’è l’alta sensibilità, non come sentito dire, non come etichetta buttata lì, ma come chiave di lettura vera, perché è da lì che con molta probabilità parte tutto il resto: il modo in cui interpreti quel comportamento, il modo in cui reagisci, il modo in cui accompagni tuo figlio.

    Ed è esattamente questo il motivo per cui, da pedagogista specializzata in alta sensibilità, ho creato un webinar gratuito pensato apposta per genitori come te, per fare chiarezza una volta per tutte su cos’è (e cosa non è) l’alta sensibilità — e per aiutarti a inquadrare proprio quello che stai vivendo ora con l’encopresi dentro questo scenario più ampio.

    Perché una volta che impari a riconoscere davvero l’alta sensibilità in tuo figlio, senza confonderla con capricci, ansia o altro, inizi a vedere le cose in un altro modo. Capisci perché tanti segnali del corpo, non solo l’encopresi, sono in realtà un modo per comunicarti una fatica che non trova altre parole.

    E a quel punto diventa più facile distinguere quali approcci educativi funzionano davvero e quali invece peggiorano solo le cose, così puoi smettere di colpevolizzarti e ritrovare la tua autorevolezza educativa, anche nei momenti in cui ti senti più bloccata/o.

    Cambia tutto, quando cambi lo sguardo. E il primo passo per cambiarlo è proprio questo: capire, con chiarezza e senza tecnicismi, di cosa stiamo davvero parlando.

    Quindi ascolta bene: se tuo figlio si sporca regolarmente, NON aspettare che “passi da solo”.

    Non passerà.

    Anzi, più aspetti, più si cronicizza.

    Più lui si chiude.

    Più ti stanchi.

    E no, non è colpa tua. Non è che hai sbagliato qualcosa, o che “non sei un genitore abbastanza bravo”.

    Se sei arrivata/o fin qui, significa che stai cercando risposte. E già solo questo ti mette un passo avanti.

    Ma adesso hai davanti un bivio molto concreto: puoi continuare a gestire tutto da sola/a, provare a risolvere “a tentoni” e vivere ogni episodio come un nuovo fallimento… oppure puoi fare quel primo passo di cui ti parlavo: capire davvero, con parole semplici e senza giudizi, cosa significa avere un figlio altamente sensibile e come questa caratteristica può spiegare molto più di quanto pensi.

    Un passo che ti impegna poco meno di un’ora del tuo tempo. Ma che ti aiuta a ritrovare fiducia, equilibrio, e la serenità di dire: “Ok, adesso so cosa fare.” https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy