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LA VERITA’ SCOMODA SUI BAMBINI LENTI: PIU’ LI SPINGI, PIU’ RALLENTANO

E’ mattino. Sei già in ritardo.

“Cosa vuoi per colazione?” Silenzio. “Latte o yogurt?”

Tuo figlio (o tua figlia) ti guarda. Ti fissa. Ma non risponde.

Allora aspetti. Aspetti ancora. Nel frattempo il tempo scorre, tu ti irrigidisci. E il tono di voce sale.

Alla fine risponde… e due minuti dopo cambia idea.

Oppure sono le 16:30. Ora dei compiti. Mezz’ora prevista.

Due ore dopo è ancora lì, con la penna in mano e lo sguardo perso. E tu sei lì accanto, sospesa/o tra due impulsi: aiutarlo o alzarti prima di perdere la pazienza.

E alla fine, anche se sai che non dovresti, lo dici:

“Sbrigati!”, “Muoviti!”, “Perché ci impieghi sempre così tanto?”.

Poi ti senti in colpa. Perché lui non lo fa apposta. Questo lo sai.


No, non sei una cattiva madre. Non sei un cattivo padre. E tuo figlio non è pigro, svogliato, né “con la testa tra le nuvole”. Ha solo un cervello che elabora le informazioni in modo diverso. Più lento, sì. Ma anche più profondo, più accurato, più ricco di sfumature di quanto tu riesca a vedere adesso.

E c’è qualcosa che probabilmente nessuno ti ha ancora detto su come funziona davvero quel cervello e, soprattutto, su cosa stai facendo ogni giorno, in buona fede, che rende tutto più difficile.

Cominciamo.


Cosa significa davvero “elaborare lentamente”

Esiste qualcosa che si chiama velocità di elaborazione delle informazioni.

In parole semplici: il tempo che il cervello impiega per ricevere un’informazione, comprenderla e trasformarla in risposta o azione.

Tradotto nella vita di tutti i giorni, significa che tuo figlio può capire quello che gli dici, ma avere bisogno di più tempo per reagire. Può sapere cosa deve fare, ma impiegare più tempo per iniziare. Può avere la risposta in testa, ma non riuscire a dirla subito.

Non ha a che fare con l’intelligenza. Neanche con l’attenzione. E nemmeno con la motivazione. È una caratteristica neurologica, il modo in cui il cervello di una persona è cablato per processare il mondo.

Alcuni cervelli lo fanno in fretta. Altri hanno bisogno di più tempo. Nessuno dei due modi è sbagliato. Sono semplicemente diversi.

Il problema è che viviamo in un mondo costruito sui cervelli veloci.

La scuola va veloce. Le famiglie vanno veloci. Le conversazioni vanno veloci. E un bambino con una velocità di elaborazione lenta si trova costantemente “in ritardo”. Non perché sia lento, ma perché gli viene chiesto di stare al passo con un ritmo che non è il suo.

Non è lui il problema. È quel ritmo che non gli appartiene.


Il collegamento che cambia tutto: la lentezza e l’alta sensibilità

Questo è il punto che più mi preme spiegarti. Quello che quasi nessuno conosce.

Se hai un figlio con elaborazione lenta, c’è una probabilità molto concreta che sia anche un bambino altamente sensibile.

Non nel senso comune (“si offende facilmente” o “piange per tutto”).

L’alta sensibilità (HSP, secondo la ricercatrice Elaine Aron) è una caratteristica neurologica. Significa avere un sistema nervoso che elabora le informazioni in modo più profondo, più ricco, più intenso rispetto alla media. Il 20-30% dei bambini nasce con questa caratteristica. Non è un disturbo. Non è qualcosa che va corretto.

Questi bambini elaborano lentamente, non per pigrizia, ma perché quando ricevono un’informazione, qualsiasi informazione, il loro cervello non si limita a registrarla. La analizza. La confronta con tutto quello che sa già. La connette ad esperienze passate. La valuta da angolazioni diverse.

È come guardare il mondo con una lente d’ingrandimento. Dove altri bambini guardano in fretta e vanno avanti, loro si fermano. Guardano meglio. Notano più cose. Collegano dettagli che agli altri sfuggono. Non si accontentano di “vedere”: hanno bisogno di capire davvero.

Tutto questo, ovviamente, ha un costo.

Richiede più tempo. E soprattutto… molta più energia.

Pensa a una mattina qualunque a casa tua:

  • la televisione accesa
  • un fratello che continua a parlare
  • i rumori dalla cucina
  • la tua voce che chiama, magari con un po’ di urgenza perché si sta facendo tardi.

Per molti bambini è solo sottofondo. Per tuo figlio no. Lui sente tutto.

E tutto questo… consuma energia.

Così, quando arriva una domanda semplice: “Vuoi latte o yogurt?”, il suo sistema è già pieno. Saturo.

Non è che non voglia rispondere.

È che non ha più spazio mentale per farlo.

5 cose che fai ogni giorno (e che stanno rallentando tuo figlio più di quanto pensi)

Alcune delle cose che fai ogni giorno, in buona fede, proprio quelle che pensi possano aiutarlo, stanno in realtà rendendo tutto più difficile per tuo figlio.

Vediamole una per una.

ERRORE 1 –  Mettere fretta

Frasi come “Sbrigati!” o “Muoviti!” non funzionano.  Aumentano solo ansia e sovraccarico mentale. E un bambino già lento a elaborare, sotto pressione, rallenta ancora di più.

Col tempo tuo figlio non accelererà, ma interiorizzierà l’idea di essere “sbagliato”.

ERRORE 2 – Dare troppe istruzioni insieme

“Vai in camera, metti via lo zaino, lavati le mani e poi vieni a tavola.”

Per te è una frase.
Per tuo figlio sono 4 task da tenere in memoria.

Risultato?

Ne fa una… e poi si perde.

Non si tratta di disobbedienza. Semplicemente ha perso i pezzi per strada.

ERRORE 3 –  Parlare in modo incalzante

Non è solo cosa dici, ma come lo dici. Un tono teso o accelerato aggiunge pressione emotiva. E più tuo figlio sente pressione, più rallenta.

Esattamente il contrario di quello che vorresti.

ERRORE 4 – Cambiare programma all’improvviso

“Oggi non andiamo al parco, andiamo dalla nonna.”

Per la maggior parte dei bambini, è solo una variazione. Per tuo figlio, può essere una piccola catastrofe. Ricorda: quando sa cosa aspettarsi, il suo cervello fa meno fatica. I cambi improvvisi, invece, aumentano lo sforzo di adattamento.

ERRORE 5 –  Confrontarlo con gli altri

“Ma tuo fratello ci mette cinque minuti!” “Gli altri finiscono prima!”

Il confronto per un bambino altamente sensibile, che già fa molta fatica a non sentirsi sbagliato, è devastante per l’autostima. Rafforza ogni giorno l’idea che ci sia qualcosa che non va nel suo modo di funzionare.


5 cose concrete che puoi fare da domani mattina

Bene. Adesso la parte che preferisco: le soluzioni. Concrete. Pratiche. E soprattutto già testate da centinaia di genitori.

1. Una domanda alla volta

Quando fai una domanda a tuo figlio, aspetta davvero. Non tre secondi. Lascia che elabori. E soprattutto, riduci le opzioni: non “Cosa vuoi?” ma “Latte o yogurt?”.

Meno opzioni = meno carico cognitivo = risposta più rapida e meno frustrazione per entrambi.

E quando ha risposto, non soffermarti sul tempo che ha impiegato. Concentrati su ciò che ha detto e fai passare l’idea che il suo ritmo va bene così.

2. Istruzioni singole e visive

“Vai a lavarti le mani.” E aspetti che torni. “Ora ci sediamo al tavolo.”

Può sembrare più lento, ma è molto più efficace: evita che tuo figlio si perda lungo il percorso.

E poi aggiungi supporti visivi (liste, immagini, sequenze disegnate): avere le informazioni “fuori dalla testa” libera energia per agire. In questo modo è l’ambiente ad aiutarlo, non le continue ripetizioni.

3. Anticipa i cambiamenti

Quando qualcosa cambia, avvisa in anticipo. “Domani, invece di andare al parco, andiamo dalla nonna.” Non cinque minuti prima, ma giorno prima. Tuo figlio ha bisogno di tempo per adattarsi.

4. Riduci il rumore dell’ambiente

Se hai un bambino altamente sensibile, l’ambiente in cui vive fa una differenza enorme sulle sue energie mentali.

Questo non significa vivere in un silenzio monastico. Significa meno distrazioni (TV, caos, voci alte) quando deve concentrarsi. Non devi eliminare tutto. Ma puoi creare delle piccole “oasi di calma” nei momenti in cui tuo figlio ha più bisogno di processare le informazioni: i compiti, i pasti, le transizioni importanti.

5. Trasforma il tuo linguaggio

Questo è il punto più importante.

Perché le parole che usi costruiscono l’immagine che tuo figlio ha di sé stesso, pezzo per pezzo, giorno dopo giorno.

“Sei sempre lento!” → Identità: sono lento. È quello che sono.

“Sei sempre con la testa tra le nuvole!” → Identità: il mio cervello non funziona bene.

“Allora, cosa aspetti a sbrigarti?” → Identità: sono un peso per la mia famiglia.

Ora guarda la differenza.

“Hai bisogno di più tempo per questo, va bene.”
“Quando capisci una cosa, la capisci davvero. Anche se ci metti un po’ di più.”

Non stai addolcendo la realtà. La stai raccontando nel modo giusto.

La verità è la stessa. Ma detta così, costruisce sicurezza invece che dubbi.

Ricordati: un bambino diventa anche ciò che sente dire di sé.


Ma allora, devo preoccuparmi? Devo fare qualcosa?

E’ una domanda che mi viene posta sempre.

La risposta è: dipende.

Una velocità di elaborazione lenta, di per sé, non è un disturbo. Non è qualcosa che “va curata.”  La lentezza di elaborazione non è un difetto da correggere. È un modo di funzionare.

Il problema nasce quando non lo comprendi e allora inizi a fare quello che fanno tutti:
spingi, correggi, fai pressione… pensando di aiutare. E ogni giorno, senza volerlo, mandi a tuo figlio un messaggio unico: così come sei non va bene.

Ma non funziona neanche ignorare, sperare che “passi con l’età,” o peggio, continuare a trattarla come un problema di volontà o di pigrizia.

Tuo figlio ha solo bisogno di qualcuno che lo capisca, non che lo spinga a forza dentro uno standard che non è il suo.


Ora ti faccio una domanda semplice e diretta.

Mentre leggevi, quante volte hai pensato: “Ok… questo è mio figlio”?

Se ti è successo anche solo due o tre volte, ignorarlo non è una grande idea. Non perché ci sia qualcosa che non va. Ma perché vale la pena capire meglio. 

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Daniela Scandurra – Pedagogista Montessoriana

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