• TUO FIGLIO NON TI ASCOLTA? FORSE IL PROBLEMA È CHE GLI PARLI TROPPO

    TUO FIGLIO NON TI ASCOLTA? FORSE IL PROBLEMA È CHE GLI PARLI TROPPO

    Succede magari la mattina.

    Dovete uscire di casa, sei già in ritardo e tuo figlio, o tua figlia, invece di vestirsi, continua a fare tutt’altro.

    La prima volta glielo dici con calma.

    Glielo chiedi una seconda volta.

    Poi una terza.

    Alla quarta inizi a spiegare perché dovete uscire, perché siete in ritardo, perché non puoi aspettare ancora.

    Alla quinta senti la pazienza scivolare via.

    E alla sesta arriva quella frase che probabilmente hai pronunciato più volte di quanto vorresti ammettere: “Quante volte te lo devo dire?”.

    La risposta potrebbe sorprenderti.

    Troppe!

    E non perché tu stia sbagliando tutto. Non perché tuo figlio sia “maleducato” Il problema potrebbe essere molto più semplice.

    Vedi, c’è una cosa piuttosto controintuitiva che si verifica quando un bambino non collabora: più ripeti, spieghi e cerchi di convincerlo…meno le tue parole sembrano avere effetto.

    E allora fai la cosa che viene più spontanea.

    Aggiungi altre parole.

    Spieghi meglio.

    Argomenti.

    Cerchi un altro modo per farglielo capire.

    In realtà tuo figlio ha già capito perfettamente quello che gli hai chiesto. La questione è un’altra.

    Perché capire una richiesta e riuscire a seguirla non sono la stessa cosa.

    Ed è qui che molti genitori, con le migliori intenzioni, finiscono dentro una trappola.


    Il problema non è parlare con tuo figlio. È sapere quando fermarti

    Se stai cercando di crescere tuo figlio con rispetto, probabilmente c’è una cosa che non vuoi fare. Dire continuamente: “Perché lo dico io!”

    Vuoi spiegare.

    Vuoi che capisca il motivo di una regola.

    Vuoi ascoltare le sue emozioni e non reprimerle.

    Ed è una buona intenzione.

    Il problema comincia quando, senza accorgertene, passi dal comunicare un limite al tentativo di convincere tuo figlio ad accettarlo. Succede in pochi secondi.

    Il cartone finisce.

    “Adesso spegniamo.”

    “NO! Ancora uno!”

    “Avevamo detto che questo era l’ultimo.”

    “Ma è corto!”

    “Lo so, però è tardi e domani dobbiamo alzarci…”

    “Ma io non ho sonno!”

    “Capisco, però se domani sei stanco…”

    Ed eccoci. La richiesta era semplice. Il limite era chiaro. Ma improvvisamente si è aperto il tavolo delle trattative.

    Tuo figlio presenta un’obiezione.

    Tu rispondi.

    Lui ne presenta un’altra.

    Tu migliori l’argomentazione.

    E dopo cinque minuti stai difendendo l’orario della nanna come un avvocato davanti alla Corte Suprema.

    Questo è il punto che cambia tutto:

    tuo figlio non deve essere d’accordo con un limite perché quel limite sia valido https://danielascandurra.com/tuo-figlio-non-vuole-fare-mai-quello-che-gli-chiedi-ecco-5-regole-doro-per-dare-limiti-e-regole/


    Può capire perfettamente… e continuare a dire NO

    Questa è una delle cose più difficili da ricordare. Soprattutto con bambini molto svegli. Tuo figlio magari parla benissimo. Ricorda una promessa fatta tre giorni fa. Trova falle nelle tue spiegazioni con una precisione impressionante.

    “Ma ieri avevi detto…”

    “Non è giusto perché…”

    “Però se io faccio questo, allora posso…”

    A volte sembra che in casa viva un piccolo sindacalista. E quindi viene spontaneo pensare:

    “Se sa ragionare così bene, allora posso farlo ragionare.”

    Sì.

    Ma c’è una differenza enorme tra saper ragionare e saper gestire una frustrazione.

    Tuo figlio può capire perfettamente perché bisogna spegnere la TV e, nello stesso momento, non avere ancora la maturità necessaria per tollerare serenamente il fatto di doverlo fare.

    Può sapere che non si salta sul divano e continuare a saltare.

    Può conoscere la regola e arrabbiarsi quando la applichi.

    Può comprendere ogni singola parola che stai dicendo…senza riuscire ancora a fare ciò che gli stai chiedendo.

    Capire non significa automaticamente saper fare.

    Ed è qui che altre spiegazioni smettono di essere utili.


    Il vero motivo per cui continui a spiegare

    C’è un motivo molto umano per cui accade.

    Quando tuo figlio protesta, piange o si arrabbia, il tuo istinto cerca una via d’uscita. Vuoi aiutarlo. Vuoi fargli capire che non sei contro di lui. E magari vuoi anche che quella crisi finisca il prima possibile.

    Così arrivano le parole.

    “Oggi non possiamo andare al parco.”

    “NO! IO VOGLIO ANDARE!”

    A quel punto parte il fiume di parole: “Lo so che sei deluso, capisco che volevi andarci, ma è tardi, devo preparare la cena, domani ci dobbiamo svegliare presto, non è che non voglio portarti, magari sabato possiamo andarci e stare anche più tempo…”

    Fermati un secondo.

    Tuo figlio ha davvero bisogno di tutte quelle informazioni?

    Oppure cerchi, con le migliori intenzioni, di far sparire la sua delusione?

    Vedi,

    accogliere un’emozione non significa eliminarla.

    Tuo figlio può essere arrabbiato, deluso e tu puoi comunque rimanere ferma/o nel limite posto.

    “Lo so. Volevi davvero andare al parco. Oggi non possiamo.”

    Punto.

    Potrebbe piangere lo stesso?

    Certo.

    Potrebbe arrabbiarsi?

    Sì.

    Potrebbe perfino pensare che tu sia il genitore più ingiusto del pianeta per i successivi sette minuti?

    Possibile.

    Ma il tuo compito non è trovare la frase magica che renda piacevole ogni limite.

    Il tuo compito è aiutarlo ad attraversare anche ciò che non gli piace.

    Ricorda, educare non significa eliminare ogni frustrazione attraverso una spiegazione sufficientemente convincente. Ma continuare a esercitare il tuo ruolo di guida, mantenendo calma e fermezza, anche quando tuo figlio è emotivamente sottosopra.

    Se leggendo fin qui ti sei riconosciuta/o, ho preparato un webinar gratuito che puoi guardare cliccando qui. Ti aiuta a capre da dove partire https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Più ripeti, meno la prima richiesta conta

    Immagina questa scena.

    “Mettiti il pigiama!”

    Nessuna risposta.

    “Dai, mettiti il pigiama!”

    Niente.

    “Ti ho detto di mettere il pigiama!”

    Ancora niente.

    “QUANTE VOLTE DEVO DIRTELO?”

    E finalmente si muove.

    Ora guarda la stessa scena dal punto di vista di tuo figlio. Che cosa ha imparato? Forse questo: la prima richiesta è facoltativa. Anche la seconda non sembra particolarmente importante.

    Le tue parole diventano gradualmente un rumore di fondo, perché il vero segnale arriva quando cambia il tono di voce.

    Ovvio, non glielo hai insegnato intenzionalmente.

    Ma tuo figlio non impara soltanto da quello che dici. Impara soprattutto da quello che fai. Dal comportamento che vede ripetersi ogni giorno. Se dopo la prima richiesta non cambia niente, mentre dopo la quinta intervieni alzando la voce, comprende che  può anche non prestare attenzione alle prime parole.

    Ed ecco il paradosso.

    Ripeti perché vuoi dare più forza alle tue parole. Ma ripetendo continuamente rischi di insegnare a tuo figlio che le tue parole, da sole, non contano davvero.


    Mente concreta: le parole non bastano

    Qui il pensiero di Maria Montessori ci offre una chiave importante.

    Tuo figlio ha una mente profondamente concreta: per comprendere davvero qualcosa, ha bisogno di farne esperienza nella realtà. Proprio per questo una regola spiegata dieci volte può avere meno forza di un limite reso concreto una volta.

    Per esempio: tuo figlio salta sul divano. Gli dici: “Sul divano non si salta.” Ma lui continua. A quel punto hai due possibilità.

    La prima è cominciare a spiegare perché non deve farlo.

    “Ti ho appena detto che non si salta, perché puoi cadere, puoi farti male, il divano si rovina e sai benissimo che…”

    La seconda è molto meno spettacolare.

    Ti avvicini. Lo aiuti a scendere. E dici: “Sul divano non si salta. Se vuoi saltare, puoi farlo sul tappeto.”

    Poche parole. Un’azione coerente. Un’alternativa possibile.

    Il limite, finalmente, non è più una teoria. È diventato esperienza.

    Ed è proprio questo che spesso manca quando un genitore sente di aver “provato a dire tutto”.

    Non serve dire meglio. Serve rendere concreto ciò che è già stato detto.

    La parola indica il limite. Quello che fai dopo lo rende concreto https://danielascandurra.com/come-evitare-che-tuo-figlio-faccia-i-capricci-con-il-metodo-montessori/



    Se tuo figlio è altamente sensibile, troppe parole possono peggiorare tutto

    Forse hai notato che tuo figlio si accorge subito se cambia il tuo tono. Si innervosisce con rumori e confusione. Oppure vive un rimprovero o un cambiamento improvviso con un’intensità che dall’esterno sembra sproporzionata.

    Alcuni bambini hanno il tratto dell’alta sensibilità: elaborano più a fondo ciò che accade e si sovraccaricano più facilmente quando gli stimoli arrivano tutti insieme.

    E anche le parole sono stimoli https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/

    Nel momento di crisi tuo figlio sta già gestendo il “no” appena ricevuto, il tuo tono, la tua espressione, le sensazioni nel corpo, la rabbia, la delusione.

    Poi arriva la tua spiegazione, un’altra ancora, una domanda, il riferimento a quello che è successo ieri, quello che succederà domani se continua così.

    È come versare acqua in un bicchiere già pieno. Non è l’acqua il problema. È che non ce ne sta più.

    Con un bambino altamente sensibile anche una parola in più può essere motivo di sovraccarico.

    Quindi più spieghi, più cerchi di rassicurarlo, più argomenti e più la situazione peggiora. 

    Quello che lo aiuta non è un’ulteriore spiegazione, ma avere meno stimoli  da gestire nello stesso momento: meno parole, meno discorsi, una sola frase chiara. 

    Se in queste righe hai riconosciuto tuo figlio, nel mio webinar gratuito ti indico quali segnali osservare e come questa chiave può aiutarti a comprendere meglio molti suoi comportamenti https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


    Pratica l’economia delle parole

    Ecco cosa fare, in concreto, dalla prossima volta che metti un limite.

    1. Dillo una volta, chiaramente


    Non “Dai, per favore, se puoi, magari…”, ma: “È ora del pigiama.”

    2. Se serve, agisci


    Lo accompagni in bagno, spegni la TV, lo aiuti a scendere dal divano. Poche parole, gesto coerente.

    3. Non riempire il silenzio


    Tuo figlio protesta, dice che non è giusto, insiste. Resisti alla tentazione di rispondere a ogni obiezione. Quel silenzio non significa ignorarlo: gli dà il tempo di stare con ciò che è successo e di elaborarlo. E dà a te il tempo di non trasformare ogni limite in una discussione da vincere.

    4. Riconosci l’emozione in una frase sola


    “Lo so, è difficile smettere.” Poi basta.

    Io la chiamo economia delle parole: dire ciò che serve, dirlo chiaramente. Perché a volte tuo figlio non ha bisogno di un’altra spiegazione. Ha bisogno del tempo per fare i conti con il limite posto.


    Tuo figlio non ha bisogno di altre parole. Ha bisogno di una guida

    La prossima volta che senti il bisogno di ripetere, spiegare ancora o convincerlo, prova a fermarti.

    Non sempre tuo figlio ha bisogno di altre parole.

    A volte ha bisogno che tu sappia cosa fare anche quando lui protesta, si arrabbia o non è d’accordo con te.

    E questo vale per molte delle situazioni difficili che come genitore affronti ogni giorno.

    Capricci, opposizioni, crisi, comportamenti che si ripetono nonostante tutto quello che hai già provato.

    Non lasciarti sfuggire il passo successivo.

    Nel mio webinar gratuito ti aiuto a guardare quei momenti da un’altra prospettiva, per capire cosa c’è davvero dietro e da dove partire per intervenire.

    Puoi guardare gratuitamente il webinar cliccando qui https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy