Qualche settimana fa, un compagno di tuo figlio, o tua figlia, ha vomitato improvvisamente in classe.
L’episodio lo ha spaventato, ma pensavi che presto avrebbe dimenticato l’accaduto. Invece, da allora, andare a scuola è diventato sempre più difficile. La mattina, poco prima di uscire, comincia a lamentare mal di pancia. «Mamma, e se mi viene da vomitare in classe?»
Tu cerchi di tranquillizzarlo. Gli dici che sta bene e che non c’è motivo di preoccuparsi. Ma lui insiste. Ti chiede se qualcuno potrebbe stare male vicino a lui. Lo vedi così agitato che, qualche volta, decidi di tenerlo a casa.
E succede qualcosa che ti lascia perplessa: appena gli dici che non dovrà andare a scuola, si tranquillizza. Il mal di pancia sembra diminuire e magari torna anche a giocare.
A quel punto cominci a chiederti se quel malessere sia stato reale oppure soltanto un modo per evitare la scuola.
Ma c’è una possibilità che forse non hai considerato.
Tuo figlio potrebbe stare davvero male a causa della paura. E il sollievo che prova quando gli permetti di restare a casa potrebbe contribuire, involontariamente, a mantenerla.
Per comprendere come sia possibile, dobbiamo capire che cosa accade quando la paura di vomitare comincia a condizionare la vita di un bambino.
Quando la paura di vomitare va oltre una normale preoccupazione
A nessuno piace vomitare.
È un’esperienza sgradevole, che può spaventare soprattutto i bambini. Dopo aver vissuto o assistito a un episodio di vomito, quindi, non dovrebbe sorprenderci che un bambino possa temere che succeda di nuovo.
Ma che cosa accade quando questa preoccupazione non diminuisce con il passare del tempo?
Quando tuo figlio comincia a rinunciare ad attività che prima svolgeva tranquillamente, perché teme di stare male o di vedere qualcun altro vomitare?
È qui che dobbiamo distinguere una paura comprensibile da una paura che sta diventando così intensa da limitare la sua quotidianità.
In alcuni casi, questa paura può assumere le caratteristiche di una fobia, chiamata emetofobia.
Il bambino potrebbe cominciare a rifiutare alcuni alimenti, controllare ripetutamente le date di scadenza o chiederti continue conferme sulla sicurezza di ciò che mangia.
Potrebbe lavarsi le mani molto più del necessario, evitare la mensa, i bagni pubblici, i luoghi affollati o le feste di compleanno.
Alcuni bambini diventano particolarmente attenti anche ai segnali di malessere degli altri. Basta che un compagno dica di avere nausea perché si preoccupino immediatamente.
E poi ci sono i disturbi fisici.
L’ansia può provocare realmente nausea e mal di pancia. Il bambino avverte queste sensazioni, teme che siano il segnale di un vomito imminente e si spaventa ancora di più.
Si crea così un circolo nel quale la paura può intensificare proprio le sensazioni che il bambino vorrebbe evitare.
Naturalmente, questi comportamenti non indicano necessariamente un’emetofobia.
Ma quando la paura interferisce con l’alimentazione, la scuola o le relazioni sociali, è importante non sottovalutarla. E di fronte a sintomi fisici persistenti è opportuno parlarne con il pediatra.
Perché alcuni bambini sviluppano una paura così intensa?
La paura di vomitare è più complessa di quanto possa sembrare. E non sempre nasce dalle stesse difficoltà.
In alcuni bambini può svilupparsi dopo un’esperienza particolarmente spaventosa. In altri può essere collegata a un quadro più ampio di ansia, nel quale il bisogno di prevedere e controllare ciò che accade assume un ruolo importante.
Per questo, quando un bambino teme continuamente di vomitare, non basta osservare la paura in sé.
Dobbiamo chiederci: ha paura soltanto del vomito oppure manifesta anche in altre situazioni un forte bisogno di controllo?
Per esempio:
- fatica ad affrontare gli imprevisti?
- Cerca continue rassicurazioni?
- Si agita quando non può sapere in anticipo come andranno le cose?
Questo bisogno di controllo può manifestarsi anche attraverso comportamenti ripetitivi, come accade in alcuni comportamenti ossessivo-compulsivo nei bambini, dove i tentativi di allontanare la paura possono finire per rafforzarla https://danielascandurra.com/mio-figlio-e-solo-molto-sensibile-o-sta-sviluppando-un-disturbo-ossessivo-compulsivo-la-differenza-che-nessuno-spiega-e-che-cambia-tutto/
In ogni caso, sono aspetti importanti da osservare, perché la stessa paura può avere significati diversi da un bambino all’altro. E comprenderli è fondamentale per individuare l’aiuto necessario di cui ciascuno ha bisogno.
Paura di vomitare e alta sensibilità: quale relazione?
C’è poi un’altra caratteristica che considero importante osservare: l’alta sensibilità https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/
Per alcuni bambini altamente sensibili, il vomito può rappresentare un’esperienza particolarmente difficile da gestire. Non soltanto per la paura di stare male, ma anche per l’intensità delle sensazioni fisiche, il disgusto e la perdita di controllo che può comportare.
Immagina un bambino che percepisce intensamente ciò che accade nel proprio corpo e che fatica a gestire esperienze improvvise e imprevedibili. Anche un leggero fastidio allo stomaco potrebbe metterlo in allarme, soprattutto se teme di rivivere un’esperienza che lo ha spaventato.
Ma attenzione: avere paura di vomitare non significa essere altamente sensibili. E l’alta sensibilità, da sola, non spiega l’emetofobia.
È una possibilità da esplorare osservando anche altri aspetti del comportamento del bambino.
Perché il punto non è trovare un’etichetta da attribuirgli, ma comprendere quali caratteristiche individuali possano influenzare il modo in cui vive le difficoltà.
Due bambini possono manifestare la stessa paura, ma avere bisogno di un supporto diverso.
Ti capita di osservare in tuo figlio reazioni particolarmente intense, che fai fatica a comprendere? In alcuni casi, l’alta sensibilità può offrire una chiave di lettura importante. Nel mio webinar gratuito ti aiuto a riconoscere le caratteristiche dei bambini altamente sensibili e a comprendere come possono manifestarsi nei comportamenti quotidiani.
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Quando cercare di tranquillizzare tuo figlio rischia di alimentare la sua paura
Torniamo alla scena iniziale.
Tuo figlio teme di vomitare a scuola. Tu lo vedi agitato e decidi di tenerlo a casa. Lui si tranquillizza.
Dal tuo punto di vista, hai trovato una soluzione che gli ha permesso di stare meglio.
Ma che cosa potrebbe aver imparato attraverso quell’esperienza?
Aveva paura di andare a scuola. Ha evitato la situazione che lo spaventava. E la paura è diminuita. Il rischio è che cominci ad associare la tranquillità proprio all’evitamento.
Vedi, quando rinunciare a una situazione che lo spaventa permette a tuo figlio di sentirsi subito meglio, è più probabile che la volta successiva cerchi nuovamente di sottrarsi a quell’esperienza.
E così, senza rendercene conto, quella che inizialmente sembrava una soluzione per tranquillizzarlo può diventare proprio ciò che contribuisce a mantenere la sua paura.
Tuo figlio si sente meglio perché ha evitato la situazione, non perché ha imparato a gestire ciò che teme.
Lo stesso meccanismo può entrare in gioco quando elimini sistematicamente gli alimenti che lo preoccupano, rinunci alle uscite o rispondi continuamente alle sue richieste di rassicurazione.
Sono comportamenti che nascono dal desiderio di proteggerlo. Ma se diventano l’unico modo per farlo stare tranquillo, rischiano di rafforzare l’idea che quelle situazioni sono troppo pericolose da affrontare.
Rispettare la sensibilità di un bambino non significa eliminare dalla sua vita tutto ciò che lo spaventa. Significa comprendere di quale aiuto ha bisogno per affrontare gradualmente le difficoltà, senza sentirsi sopraffatto. Quando tuo figlio manifesta paure intense o comportamenti che non riesci a spiegarti, conoscere meglio le sue caratteristiche può aiutarti a comprenderlo.
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Come aiutare un bambino che ha paura di vomitare? Il ruolo dei genitori
Quando la paura di vomitare diventa così intensa da limitare la vita di un bambino, può essere necessaria una valutazione clinica e, in alcuni casi, un trattamento psicoterapeutico.
Ma c’è un altro aspetto che non possiamo trascurare.
Che cosa succede nella vita quotidiana di quel bambino, quando torna a casa, quando deve andare a scuola, quando chiede per la decima volta se vomiterà?
È lì che i genitori devono prendere continuamente decisioni educative.
Devono capire se rassicurarlo ancora, come rispondere quando rifiuta la mensa, come incoraggiarlo senza forzarlo. E spesso non sanno quali risposte possano aiutarlo e quali, pur nascendo dalle migliori intenzioni, rischino di mantenere la difficoltà.
Perché sapere che cosa sta vivendo tuo figlio non significa automaticamente sapere come aiutarlo nella vita quotidiana.
È su questo che intervengo come pedagogista.
Aiuto i genitori a comprendere il comportamento del figlio, a considerare le sue caratteristiche individuali, compresa l’eventuale alta sensibilità, e a costruire una cassetta degli attrezzi educativa, con strategie personalizzate da utilizzare nelle situazioni di ogni giorno.
Non per sostituire un eventuale percorso clinico, ma per dare ai genitori strumenti concreti nel ruolo educativo che svolgono quotidianamente.
Vediamo allora due accorgimenti che possono aiutarti a sostenere tuo figlio nella vita quotidiana.
1. Aiuta tuo figlio a familiarizzare con il rilassamento
Quando tuo figlio è molto spaventato, chiedergli di calmarsi o di respirare profondamente potrebbe non essere sufficiente.
Per questo è utile dedicare ogni giorno qualche minuto a semplici attività di rilassamento, quando è tranquillo e non sta vivendo un momento di ansia.
Potete provare, per esempio, a respirare lentamente insieme oppure a contrarre e rilassare delicatamente i muscoli delle mani.
Così, quando si sentirà in ansia, potrà ritrovare qualcosa che ha già sperimentato nei momenti di tranquillità e che può aiutarlo a gestire meglio la tensione.
L’obiettivo non è insegnargli a controllare ogni sensazione del proprio corpo, ma offrirgli una risorsa in più per affrontare i momenti di tensione.
2. Dai valore ai piccoli tentativi, non soltanto ai risultati
Immagina che tuo figlio, dopo aver evitato per giorni la mensa scolastica, riesca finalmente a fermarsi a mangiare con i compagni.
Magari è ancora preoccupato, ma ha deciso di provarci.
Invece di dirgli: «Hai visto? Non è successo niente!», potresti provare con: «So che eri preoccupato, ma oggi hai trovato il coraggio di provare.»
Non stai dando valore al fatto che non sia successo nulla, ma alla sua capacità di affrontare una situazione nonostante la paura.
È questa fiducia nelle proprie capacità che è importante a costruire, un piccolo passo alla volta, senza forzature e con un sostegno adeguato.
E ricorda: il modo in cui reagisci ai suoi sforzi può fare la differenza nel modo in cui tuo figlio vivrà le prossime difficoltà.
La paura di vomitare: il rischio di aspettare che passi da sola
Di fronte alle paure dei bambini, spesso speriamo che il tempo sia sufficiente a risolverle.
E a volte succede davvero.
Ma quando una paura comincia a limitare le esperienze di tuo figlio e a modificare le abitudini familiari, aspettare senza comprendere ciò che sta accadendo può non essere la scelta più utile.
Perché nel frattempo alcuni comportamenti di evitamento possono consolidarsi.
E senza volerlo, nel tentativo di essere di aiuto, potresti continuare a utilizzare risposte che funzionano nell’immediato, senza modificare nulla.
Il rischio non è fare troppo poco per tuo figlio, ma continuare a fare ciò che sembra aiutarlo senza accorgerti che, in realtà, potrebbe rendere ancora più complicato superare quella paura.
Per questo considero così importante il lavoro di consulenza con i genitori.
Non si tratta di avere una ricetta pronta per ogni comportamento, ma di imparare a osservare, comprendere e scegliere come intervenire, tenendo conto delle caratteristiche di tuo figlio.
Perché comprendere che cosa c’è dietro un comportamento è importante. Ma è ciò che facciamo ogni giorno, nella relazione con i nostri figli che può aiutarli a costruire nuove risorse.
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