fbpx
Skip to content Skip to footer

Tuo figlio è molto competitivo e non accetta la sconfitta? Ecco cosa fare per aiutarlo a competere in modo sano

Matteo e Carla si rivolgono a me per una consulenza.

Giulia, la loro bambina di 10 anni, da un po’ di tempo a questa parte va in crisi il giorno prima di affrontare una gara di nuoto.

Sta davvero male.

Diventa molto tesa, scontrosa, mangia poco e se i genitori provano a incoraggiarla lei comincia a urlare, dicendo che a loro interessa solo che lei vinca.

Eppure, mi raccontano Matteo e Carla, a Giulia piace molto il nuoto. Va sempre volentieri agli allenamenti. Segue con grande interesse i campionati e non perde neanche una competizione di quelle trasmesse in TV.

Puntualmente, però, il giorno prima di una gara Giulia si trasforma, si incupisce e Matteo e Carla non sanno cosa fare. Hanno timore che nel dire qualcosa le facciano più male che bene. Così, il più delle volte fanno finta di niente.

Ma stanno male anche loro, perché non sanno come aiutarla.

Sono convinti che Giulia sia poco “combattiva” e che dovrebbe tirare fuori tutta la sua grinta. Reagire in questo modo significa tirarsi indietro. 

“In fondo questo sport è una palestra di vita. È un’esperienza che le servirà anche dopo, nel lavoro, nella vita di tutti i giorni. Non ti puoi tirare indietro nei momenti difficili, devi cercare di affrontare le situazioni in un altro modo, non con la paura, ma con determinazione!”.

Forti di questa convinzione e nell’intento di spronarla, dopo l’ultima gara in cui Giulia non ce l’ha fatta a vincere, il papà le ha detto:

“Peccato Giulia, mancava davvero poco e la vittoria sarebbe stata tua! La prossima volta farai sicuramente meglio”.

In consulenza Matteo e Carla mi chiedono se hanno fatto bene a dirle queste parole. Erano molto dispiaciuti, ma anche un po’ nervosi, nel vederla delusa per l’esito della gara.

Vogliono capire se sono loro a mettere troppa pressione su Giulia.

Forse sarebbe meglio dirle che va bene anche quando commette degli errori?

Incontro spesso nel mio lavoro con le famiglie genitori in difficoltà di fronte all’eccessiva competitività dei loro figli, o alla loro sproporzionata sofferenza nel momento in cui perdono una partita sportiva, una gara o “banalmente” non riescono a portare a termine un’attività (un disegno, i compiti, il passaggio dalla bicicletta con le rotelle a quella senza…).

Succede anche a te?

Sappi che è un’esperienza molto più comune di quello che credi.

D’altronde, viviamo in una società che attribuisce eccessiva importanza al risultato e al successo a tutti i costi, non c’è spazio per l’errore.

Sbagliare e perdere sono esperienze connotate negativamente e accompagnate da emozioni molto dolorose di rabbia, vergogna e tristezza, perciò, da evitare in quanto fanno sentire poco apprezzati e mai all’altezza delle situazioni.

In un clima così competitivo

non è facile come genitori mantenere il giusto atteggiamento

per evitare di pressare, o peggio ancora, giudicare i nostri figli di fronte alla sconfitta, magari sminuendo ciò che provano invece di esprimere fiducia nel loro potenziale e insegnargli che gli errori sono un’occasione preziosa per crescere e diventare persone migliori.

I bambini nascono competitivi o lo diventano?

Sembra che fin da piccolissimi, alcuni bambini siano particolarmente competitivi, molto più di altri. Quasi fosse un aspetto naturale, innato. 

“Ci sono riuscito io per primo! Ho vinto io! Sono la più brava della classe!”.

Forse anche tu hai un figlio che vuole vincere a tutti i costi, nello sport, nel gioco, a scuola (apriti cielo se un compagno prende un voto più bello!), sempre in prima linea quando si tratta di primeggiare, anche nelle cose di minore importanza:

  • deve essere il primo ad arrivare alla macchina
  • il primo a sedersi a tavola
  • il primo a finire la cena
  • il più bravo a giocare ai videogames. 

Un atteggiamento che spesso rasenta l’arroganza!

E anche se a volte pensi che questo spirito competitivo lo aiuterà sicuramente a non farsi mettere i piedi in testa quando sarà più grande, in altri momenti quando lo vedi sopraffatto dalla sua ansia da prestazione pensi che la pressione che vive sia inutile e dannosa per la sua autostima e ti chiedi se non sia tu la causa di questo suo malessere.

“Forse lo sto sopravvalutando? Sono io che lo induco a credere di essere migliore di altri?” “Eppure” mi ha detto un papà recentemente “continuo a ripetergli che l’importante è giocare e divertirsi e non vincere”.

Se queste sono anche le tue domande troverai in questo articolo le risposte che fanno per te.

Ma anche dei suggerimenti per aiutare tuo figlio ad accettare che anche se le cose non vanno come ci si aspetta non è la fine del mondo. Si può sempre imparare e migliorare. 

Contrariamente a quanto abbiamo sempre creduto, i più recenti studi nel campo della neurobiologia e della psicologia ci dicono che nasciamo con una tendenza naturalmente prosociale, cioè, predisposti a entrare in empatia con l’altro.

Questa naturale predisposizione empatica, però, durante l’infanzia può essere danneggiata e ti spiego subito il perché.

E’ vero che nasciamo empatici,

ma veniamo al mondo altrettanto muniti di un potente meccanismo di apprendimento che ci rende capaci di imitare, molto velocemente, i comportamenti degli altri.

Buoni o cattivi che siano!

Si tratta proprio di quello che Maria Montessori, con grande lungimiranza, aveva identificato come mente assorbente. Uno straordinario potere di captare e incorporare nella nostra psiche tutti gli elementi dell’ambiente in cui cresciamo e viviamo.

Il bello come il brutto, l’ordine come il disordine, la lentezza come la fretta, la gentilezza come l’arroganza, la dolcezza come la violenza, lo spirito collaborativo come quello competitivo, l’amore come l’odio.

Adesso, pensa alla società contemporanea e a quanto la competizione giochi un ruolo sostanziale in quasi tutti gli ambiti della nostra vita, alimentando comportamenti individualistici, aggressivi e competitivi e spingendoci costantemente ad allontanarci dalla nostra natura.

Oggi, tutto è una gara.

Lo sport, la scuola, il lavoro (basti pensare a quanto ci si mette in competizione con i colleghi per ottenere una promozione!), l’aspetto fisico (sapevi che è in notevole aumento il fenomeno delle bambine/ragazzine tra gli 8 e i 12 anni in cerca di prodotti per la cura del corpo?), persino con il carattere si fa a gara (dobbiamo essere i più simpatici, i più popolari, i più performanti!)…

Risultato?

Un recente report mondiale condotto dal GWI – Global Wellness Institute – su oltre 900.000 ragazzi, ha rivelato che oggi i nostri figli sono stremati dalle pressioni del loro contesto ambientale che tende a promuovere sempre di più l’individualismo e la competitività e non accetta le inevitabili battute d’arresto e gli inciampi legati alla crescita.

Bambini e ragazzi vivono ossessionati dalla paura di sbagliare e dal desiderio di essere i primi e i migliori.

A riprova del fatto che un ambiente inadeguato ai loro bisogni di crescita interferisce in modo significativo e negativo sul loro benessere generale.

Prima di arrivare a un punto di non ritorno è urgente correre ai ripari.

  • Cosa possiamo fare per aiutare i nostri figli a vivere semplicemente la loro vita senza rimanere intrappolati in un perfezionismo irrealistico o nella paura di fallire?
  • È possibile incoraggiare una sana competizione?
  • Quali strategie efficaci possiamo mettere in atto per aiutarli a lottare per il successo in modo positivo ed equilibrato?

Le risposte a queste domande le troverai proprio in questo articolo. 

Quando la competizione è sana?

Che tu sia tra coloro che pensano alla competizione in termini positivi perché potrà fare solo del bene a tuo figlio in quanto lo aiuterà a diventare una persona tenace, oppure faccia parte della schiera dei genitori contrari a qualsiasi forma di competizione perché distruttiva e tossica per lo stress e l’ansia che genera,

è necessario che tu sappia cosa significa veramente competere.

Competere deriva dal latino cum – con (insieme) e petere (andare verso). Vuol dire andare insieme, collaborare per raggiungere un obiettivo comune.

Un significato profondamente diverso da quello più diffuso che ci porta a credere che competere significhi fare di tutto per eliminare l’avversario e poter primeggiare.

Una credenza, questa, che ha generato molti equivoci, spingendoci a esercitare pressioni ingiustificate sui nostri figli.

Gli chiediamo di essere i migliori, i più bravi, i più brillanti, in tutti gli ambiti della loro giovane vita. Li sproniamo a inseguire ambizioni esagerate (ma staranno davvero rincorrendo i loro sogni?) e molto spesso ad accelerare le loro tappe di sviluppo, per esempio, quando già a 3-4 anni li avviamo a sport veri e propri, scanditi periodicamente da gare e competizioni.

Riducendo tutto al risultato.

Un bisogno tipico del mondo dei grandi e non dei bambini che cominciano a essere interessati alla performance solo verso i 10/11 anni.  

In ogni caso, che siano piccoli o più grandi, devi sapere che tutta questa pressione a essere sempre perfetti, al top, un gradino sopra gli altri, non favorisce né la prestazione né la relazione.

Nel primo caso i nostri figli si sentiranno sopraffatti dall’ansia di non riuscire a soddisfare le nostre aspettative, arrivando persino a tirarsi indietro già in partenza e perdendo la voglia di divertirsi in ciò che fanno.

 Nel secondo caso, vivranno con facilità tensione e conflitti nelle relazioni. L’altro, in fondo, è il nemico che deve soccombere ed essere sconfitto. Secondo l’impietosa logica del mors tua vita mea.

Ma davvero, sono questi i valori a cui vogliamo educare i nostri figli?

Non mi fraintendere.

Qualora ti ritrovassi in quanto letto fino a questo momento, sappi che il mio obiettivo non è quello di farti sentire in colpa, ma offrirti un nuovo punto di vista sulla competizione che sia in linea con i veri bisogni di tuo figlio.

Perciò, tornando a noi…

In quanto genitori possiamo svolgere un ruolo importante nell’aiutare i nostri figli a competere in modo sano.

Come?

Aiutandoli a capire che il loro valore non è legato alla vittoria a tutti i costi.

Ciò che conta è provare, impegnarsi, divertirsi e soprattutto considerare l’errore, il fallimento, l’ostacolo come opportunità per correggere e migliorare la propria prestazione, acquisire più fiducia in se stessi e diventare resilienti.

Se vuoi che tuo figlio cresca forte e sereno la cosa migliore che puoi fare è insegnarli ad amare le sfide, a farsi incuriosire dagli sbagli, a essere soddisfatto per lo sforzo fatto e avere voglia di continuare a imparare.

In merito all’importanza di incoraggiare i nostri figli a familiarizzare con l’errore ne ho parlato in un altro articolo e se vuoi approfondire questo argomento ti invito a leggerlo https://danielascandurra.com/mio-figlio-non-accetta-di-sbagliare-in-che-modo-lapproccio-montessori-puo-aiutare-i-bambini-a-tollerare-lerrore-e-a-crescere-sicuri-di-se/

3 indicazioni efficaci per promuovere una sana competizione in tuo figlio

  1. Riconosci i segnali di un’eccessiva pressione

Se ti accorgi che tuo figlio

  • piange spesso
  • non dorme più bene
  • è più nervoso,
  • si lamenta spesso di avere mal di pancia, mal di testa
  • non riesce a toccare cibo prima di un allenamento, una gara, di andare a scuola
  • ha attacchi di panico
  • è più litigioso
  • vive il momento della gara con un livello d’ansia maggiore rispetto alla normale agitazione da “pre-gara”
  • ha reazioni esagerate rispetto alla vittoria e/o alla sconfitta
  • è troppo focalizzato sull’essere il migliore
  • invece di godersi qualsiasi attività è sopraffatto dall’ansia del risultato
  • tende a tirarsi indietro e a rinunciare di fronte a qualsiasi sfida
allora è molto probabile che la pressione e le aspettative proiettate su di lui siano eccessive e queste sue manifestazioni rappresentino i sintomi di una fatica molto più profonda.

2. Concentrati sul processo e non sul risultato

Numerose ricerche dimostrano che i bambini sono in grado di continuare a impegnarsi, nonostante gli insuccessi e i fallimenti, quando ad essere elogiati sono i loro sforzi e non i risultati.

“Avevi un compito per niente semplice. Sono molto fiero per come ti sei concentrato e lo hai comunque portato a termine”.

Questo approccio manterrà tuo figlio motivato a migliorare e favorirà in lui una mentalità di crescita, cioè, una mentalità che si focalizza sull’idea che è sempre possibile migliorare e imparare dai propri insuccessi.

Matteo e Carla, i genitori di cui ti ho raccontato all’inizio di questo articolo, nel percorso che hanno deciso di fare con me, hanno compreso che dire alla loro bambina “Peccato Giulia, mancava davvero poco e la vittoria sarebbe stata tua!” significava inviarle il messaggio che loro erano interessati solo al risultato finale.

Facendo così un bambino percepisce che deve avere sempre successo. Inoltre, diventerà più incline al panico quando fallirà e si convincerà che farà meglio a non cominciare neanche ciò che richiede sforzo e impegno.

Grazie al mio aiuto, Matteo e Carla sono riusciti a cambiare il loro sguardo e a comunicare a Giulia che non era tanto importante il risultato, quanto che lei si divertisse, che imparasse cose nuove dello sport che amava così tanto e che avesse degli amici con cui condividere questa esperienza.

3. Poniti le giuste domande

Nella relazione con i nostri figli, il rischio di proiettare su di loro ambizioni e aspettative mai realizzate, è molto alto. Proprio per questo risulta spesso difficile comprendere se li stiamo spingendo su una strada che probabilmente non è la loro.

Certo, è naturale desiderare il meglio per tuo figlio, l’importante è volerlo nel modo giusto.

Perciò chiediti costantemente:

  •  Cosa mi aspetto da mio figlio?
  • Quanto è importante per me che vinca? Perché?
  • Sto incoraggiando i suoi o i miei interessi?
  • Ciò che gli chiedo è in linea con le sue capacità e le sue reali inclinazioni? O lo sto forzando ad essere ciò che non vuole essere?
Tuo figlio ha bisogno di sentirsi amato in modo incondizionato, in qualunque situazione e indipendentemente dai risultati che ottiene.
Senza se e senza ma.

Altrimenti crederà di non “meritare” il tuo amore, percepirà di non essere all’altezza dei “tuoi” sogni. E per paura di perdere la tua “considerazione”, tenderà a compiacerti, anche a costo di provare forte ansia e stress.

Educa tuo figlio a una sana competizione

La vita è costellata da delusioni e battute d’arresto.

Non solo per noi grandi.

Anche i nostri figli ne fanno esperienza.

E’ importante che li educhiamo a saper correre dei rischi, a non voler vincere a tutti i costi, a rialzarsi dopo un fallimento, a imparare dagli errori, a riprovarci. A dare la priorità allo star bene con se stessi e con le persone che amano.

Solo in questo modo si sentiranno incoraggiati a dare il meglio di sé e a competere con fiducia. Fiducia non nel fatto che riusciranno ad essere i primi, ma che qualunque sia il risultato, avranno imparato qualcosa, si saranno divertiti (senza la necessità di battere qualcuno!) e non avranno “perso” il nostro amore.

“Chi sa di essere amato a prescindere dai propri risultati spesso ne ottiene di sorprendenti: essere accettati senza se e senza ma contribuisce a sviluppare una sana sicurezza di sé, la sensazione che non c’è nulla di minaccioso nel correre qualche rischio per intraprendere qualcosa di nuovo. È dal profondo appagamento che scaturisce il coraggio di osare”. A. Kohn

  • Cosa stai insegnando a tuo figlio riguardo l’importanza di riuscire bene nelle attività che svolge?
  • Come reagisci di fronte a un suo successo o a un insuccesso?
  • E come risponde tuo figlio alle tue reazioni?

Misura i tuoi gesti, le tue motivazioni. Chiediti se è possibile che tu stia forzando la mano.

Ricorda che tuo figlio non ha bisogno di pressioni, ma di trovare in te una guida amorevole e premurosa, incoraggiamento, fiducia nelle sue capacità, aiuto quando necessario (è proprio nel momento in cui fallisce e si sente sbagliato che ha più bisogno del tuo amore e non della tua delusione!).

Se ti trovi in difficoltà di fronte al bisogno smodato di tuo figlio di vincere ad ogni costo, non esitare a contattarmi.

Prima che la situazione posso sfuggirti di mano o trasformarsi in una fatica più profonda e difficile da gestire, posso guidarti a trovare la chiave di volta per consentire a tuo figlio di competere in modo sano.  

Da più di 20 anni aiuto le mamme e i papà a svolgere in modo efficace il loro compito educativo, ad andare nella direzione giusta, nonostante gli inevitabili errori e le fatiche che l’essere genitori comporta.

Compila il form qui sotto e prenota la tua call gratuita e senza impegno di 30 minuti. Ci conosceremo e potrai raccontarmi ciò di cui hai bisogno e ti dirò subito in che modo posso aiutarti

Daniela Scandurra – Pedagogista Montessoriana

Compila il modulo di contatto con la tua richiesta, riceverò il messaggio e mi metterò al più presto in contatto con te.

Accettazione Privacy
Marketing a cura di

Cosa dicono i genitori del mio metodo

Consulenza e formazione per genitori secondo il metodo Montessori.

© 2023 Daniela Scandurra – P.I.01876040229 – Privacy Policy Cookie Policy – Concept by maccom