TUO FIGLIO CONTINUA A SPORCARE LE MUTANDINE DI CACCA? NON È CAPRICCIO, NON È PIGRIZIA: È UN SEGNALE DEL SUO CORPO CHE NESSUNO TI HA MAI INSEGNATO A RICONOSCERE

Succede ogni giorno in tante famiglie. Forse anche nella tua.

Siete appena usciti per una passeggiata, magari diretti al parco. Oppure siete in fila al supermercato. O ancora, sei appena rincasata/o dopo una giornata di lavoro faticosa… e all’improvviso percepisci quell’odore forte, inconfondibile.

Poi lo sguardo: abbassato, sfuggente, pieno di imbarazzo. È quello di tuo figlio (o tua figlia) che, ancora una volta, si è fatto la cacca addosso.

A 5, 6, 7 o magari anche a 10 anni.

E dentro di te senti un mix di emozioni: confusione, frustrazione, magari un po’ di rabbia.

Non sai più come reagire. Non sai più cosa pensare:

  • hai già provato tutto
  • hai cercato di parlarne con calma
  • hai sgridato, quando la pazienza è finita
  • hai provato a motivarlo con premi, adesivi, giochi, ricompense
  • hai persino fatto finta di nulla, sperando che bastasse il tempo.

Ma niente. Succede ancora. E ogni volta ti chiedi: “Lo fa apposta? Sta cercando attenzione? È normale tutto questo? Perché succede ancora?”

Fermati un attimo e fai un bel respiro. 

Quello che sta vivendo tuo figlio, tua figlia ha un nome preciso: encopresi. E, anche se non se ne parla molto, è una difficoltà che riguarda moltissime famiglie.

C’è però un dettaglio che quasi nessuno ti dice, e che nella mia esperienza fa tutta la differenza: nella stragrande maggioranza i figli dei genitori che seguo per questa difficoltà, hanno un tratto in comune. Sono bambini altamente sensibili. E no, non è un caso https://danielascandurra.com/bambini-difficili-o-altamente-sensibili-breve-manuale-di-istruzioni-per-riconoscere-comprendere-e-gestire-lalta-sensibilita-di-tuo-figlio/


Cos’è davvero l’encopresi?

L’encopresi è una delle esperienze più faticose e scoraggianti che un genitore possa trovarsi ad affrontare durante la crescita di un figlio.


Colpisce circa il 3% dei bambini in età prescolare e l’1,5% in età scolare.
Una difficoltà che si presenta proprio in quel momento in cui ci si aspetta che certi traguardi, come usare il vasino o andare in bagno da soli, siano ormai superati.

E invece, all’improvviso, qualcosa si blocca.


Il bambino, che sembrava aver acquisito il controllo, inizia a sporcarsi di nuovo, a fare la cacca fuori contesto: nelle mutandine, magari per terra, oppure nascosto in un angolo.
Un comportamento che può derivare tanto dal non riuscire a trattenere lo stimolo, quanto dal tentativo opposto, trattenerlo troppo a lungo.


In questi casi si parla di encopresi, ma solo quando sono presenti alcune condizioni specifiche:

  • avere compiuto almeno 4 anni
  • gli episodi si ripetono con una certa frequenza, almeno una volta al mese per tre mesi consecutivi
  • non ci sono cause organiche o effetti di farmaci che possano spiegare il sintomo.

Per i genitori, affrontare l’encopresi significa convivere con una serie di sfide quotidiane che vanno ben oltre il “farsi la cacca addosso”. C’è l’aspetto pratico: l’odore sgradevole, le lavatrici continue, le borse sempre piene di ricambi, anche solo per un’uscita breve. Ma soprattutto, c’è il carico emotivo: l’imbarazzo, la frustrazione, l’ansia che possa succedere ancora.


E quel pensiero silenzioso che inizia a farsi strada:
“Forse c’è qualcosa che non va… in lui, in lei… o forse in me.”

È facile sentirsi stanchi, soli, scoraggiati.
A volte anche inadeguati.

Ed è qui che serve fare chiarezza.
Non è una questione di capricci. Non è un comportamento fatto apposta. Se tuo figlio si sporca regolarmente, non lo fa per sfida. Non lo fa per infastidirti. Non è che “non voglia collaborare”.
La verità è che, in molti casi, non può farne a meno.

Non c’è intenzione. Non c’è scelta.
C’è il suo corpo che agisce prima della sua volontà.

E se tuo figlio è anche altamente sensibile, cioè uno di quei bambini che sentono tutto un po’ più forte, che si accorge di ogni sfumatura, che reagisce con più intensità agli stimoli, allora questo “corpo che agisce prima della volontà” ha ancora meno margine di manovra in quanto il suo sistema nervoso è tarato per percepire di più, elaborare più a fondo, allarmarsi più in fretta.

E quando l’allarme scatta, il corpo si chiude. Letteralmente. Se leggendo fin qui ti sei riconosciuta/o, se hai capito che quello che vive tuo figlio potrebbe avere a che fare con la sua alta sensibilità, ho preparato un webinar gratuito per genitori come te, per aiutarli capire davvero questo tratto temperamentale e come riconoscerlo, prima che diventi un problema più grande da gestire in emergenza https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


L’encopresi è un segnale (silenzioso), non la causa

Ci sono tante ragioni per cui tuo figlio, tua figlia potrebbe trattenere la cacca e finire per sporcarsi le mutandine. E no, non è sempre facile capirlo da fuori. Ma ti assicuro che dietro c’è sempre un motivo preciso.

In alcuni casi, il motivo è la stitichezza oppure la presenza di piccole ragadi, che rendono l’evacuazione dolorosa. Ogni volta che sente lo stimolo… scatta il panico. Il suo corpo ricorda quel fastidio, e allora blocca tutto per proteggersi. Solo che più trattiene, più la cacca diventa dura… e più farà male la volta successiva.

Un circolo vizioso, tanto semplice quanto subdolo.

E qui il tratto dell’alta sensibilità pesa il doppio: un bambino altamente sensibile non solo sente il dolore fisico, ma lo ricorda con un’intensità e una durata superiori alla media. Un episodio doloroso, per lui, non è “un brutto momento passato”. È un’informazione che il sistema nervoso archivia e a cui resta iper-vigile per mesi. Ecco perché, per esempio, anche quando la ragade è guarita da tempo, il corpo continua a trattenere “per sicurezza”.

Altre volte, invece, tutto inizia da un percorso complicato con il vasino. Forse hai tolto il pannolino perché sembrava pronto, o perché era “l’età giusta”… ma dentro di lui qualcosa non era ancora al suo posto. E così, quando arriva il momento di evacuare, si blocca. Si sente insicuro, magari ha paura del water, o semplicemente non si fida ancora del proprio corpo.

Poi ci sono le regole.
Quelle che sembrano innocue, ma che, se troppo rigide, rendono quel momento delicato un vero campo minato. “Pulisciti bene!”, “Attento a non sporcare!”, “Dai, sei capace, non sei più un bebè!”. E all’improvviso, un gesto naturale diventa un’operazione tecnica, piena di pressioni e aspettative.

E se per un bambino normosensibile queste frasi rappresentano un piccolo peso, per un bambino altamente sensibile sono invece un macigno. Perché lui non sente solo le parole: sente il tono, l’impazienza nascosta dietro la frase, la delusione anche minima sul tuo viso. E tutto questo si somma, si stratifica, gli resta dentro.

Soprattutto fuori casa.


A scuola, in gita, da amici… dove non c’è il “suo” bagno, non ci sono le stesse sicurezze. E lì, spesso, preferisce trattenere. Anche se sente lo stimolo. Perché non si sente abbastanza libero. Perché ha paura di non farcela “come si fa a casa”.

Un bambino altamente sensibile fa più fatica di altri proprio in questi contesti: rumori diversi, odori diversi, la sensazione di essere osservato, la mancanza di privacy. Sono tutti micro-stimoli che per lui non sono affatto “micro”. Si accumulano, saturano il suo sistema nervoso, e il corpo, di fronte a tutto quel carico, sceglie l’unica strategia che conosce: chiudersi, trattenere, aspettare un momento “più sicuro” che magari non arriva mai durante la giornata scolastica.

Così, giorno dopo giorno, trattenere diventa un’abitudine. Un modo per evitare l’ansia. Una specie di protezione. Ma anche – e questo è importante – un gesto di autoaffermazione. Un modo silenzioso, ma potentissimo, per dire: “Questa cosa la decido io.”

Ecco perché è fondamentale osservare questi segnali senza giudicare.
Perché dietro quel comportamento c’è sempre una logica.


Quando tuo figlio trattiene le emozioni, il suo corpo trova il suo modo per esprimerle

Oltre alle spiegazioni più comuni – come la stitichezza, uno spannolinamento non riuscito – ci sono, però, un paio di aspetti molto spesso trascurati e sottovalutati quando si parla di bambini che trattengono la cacca e si sporcano le mutandine.

Parlo con la voce dell’esperienza: da pedagogista, lavoro ogni giorno con famiglie che affrontano esattamente questo tipo di situazione e so quali strumenti funzionano e quali no.


Quando un bambino si sporca regolarmente, nella stragrande maggioranza dei casi ci sono due motivi profondi che nessuno ti spiega davvero:

  • Tuo figlio fa una terribile fatica a lasciar andare
  • E non ha ancora imparato a gestire le emozioni forti senza bloccare tutto.

Due dinamiche fondamentali della crescita emotiva… ma che vengono sistematicamente ignorate. Perché è molto più comodo dire “è stitichezza”, “è solo una fase”, “forse hai tolto il pannolino troppo presto”.

Ma la verità è che, se tuo figlio sta vivendo un cambiamento importante — un trasloco, l’arrivo di un fratellino, l’ingresso alla scuola materna o primaria — qualcosa dentro si muove. E se non ha gli strumenti per esprimerlo, quel qualcosa… si blocca.

E se è anche altamente sensibile, il cambiamento non lo vive un po’ più intensamente. Lo vive molto più intensamente. Perché la sua caratteristica di fondo è proprio questa: elaborare ogni esperienza in profondità, restare più a lungo dentro le emozioni, aver bisogno di più tempo per digerire ciò che succede intorno. Un trasloco, per lui, non è solo un cambio di indirizzo. È un cambio di odori, di rumori, di luce, di sicurezze. Tutto insieme, tutto in una volta.

E sai qual è la conseguenza di tutto questo?
Comincia a trattenere. Non solo fisicamente. Trattiene tutto: le emozioni, la rabbia, la paura, perfino il bisogno di chiedere aiuto.

Perché lasciare andare, per un bambino non è un gesto banale.


È un atto di fiducia.


Lasciare andare la cacca — sì, proprio lei — vuol dire lasciar andare qualcosa che è “suo”. Qualcosa che è uscito da lui un suo prodotto. E se sente che sta perdendo il controllo in altre aree della sua vita (tipo quando tutto cambia o qualcuno di nuovo gli ruba la scena)… quel gesto può diventare spaventoso.

Pensa a un bambino che ha appena avuto un fratellino.
Tutti gli dicono che “adesso è grande!”. E allora, se fare la cacca vuol dire “fare il grande”…lui trattiene. Trattiene per dire: “Io non sono pronto Non voglio fare il grande. Non voglio essere messo da parte.”

Oppure pensa a un bambino che ha cambiato casa.
Bagno nuovo, odori nuovi, abitudini nuove. Se non si sente al sicuro, trattenere diventa un modo per dire: “Questo spazio non lo sento mio. Non sono abbastanza tranquillo per rilassarmi e lasciarmi andare.”

E quando trattenere diventa abitudine… arriva l’encopresi.
Perché il corpo, a un certo punto, non ce la fa più a trattenere. E le perdite sfuggono. Le mutandine si sporcano. E tutto questo succede senza che un bambino lo voglia o lo decida.

Non solo.
Prova a immaginare come si sente un bambino che, per esempio, si fa la cacca addosso a scuola. Che sente l’odore, che vede gli altri compagni girarsi. Che torna a casa e guarda negli occhi un genitore stanco, che magari non dice nulla… ma sospira forte.

Si sente sporco. Sbagliato. Inadeguato. Solo.

E se è un bambino con una sensibilità fuori dalla norma, questa vergogna non scivola via in un’oretta. Resta. Si deposita. Diventa una convinzione su di sé, perché è proprio così che funziona la sua mente: elabora tutto più a fondo, comprese le esperienze negative su di sé.
E inizia a pensare:

“Forse non sono capace.”, “Forse sono sbagliato.”, “Forse deludo tutti.”

E mentre gli adulti cercano spiegazioni, lui cerca solo una cosa:
qualcuno che lo capisca. Senza giudicarlo.

Ecco perché è fondamentale cambiare approccio. Perché non è un problema educativo. Non è una sfida. Non serve insistere, né alzare la voce, né ripetere per la centesima volta “devi andare in bagno”.

Ti servono strumenti. Veri. Pratici. Applicabili.

Tuo figlio, tua figlia non ha bisogno di una diagnosi. Ha bisogno di essere accompagnato. Di sentire che non è sbagliato, che non è “meno” degli altri bambini.
E tu — sì, proprio tu — hai tutte le risorse per aiutarlo.

Hai solo bisogno di qualcuno che ti aiuti a tirarle fuori.
Io posso farlo con te.
Insieme possiamo trasformare questa fatica in un percorso di crescita. Con strumenti semplici, adatti alla vostra quotidianità, che funzionano davvero e che tengono conto di chi è realmente tuo figlio.

Prima di passare alle strategie pratiche, fermati un secondo.

Se stai iniziando a vedere il tuo bambino sotto questa nuova luce, non più “un bambino che si sporca”, ma un bambino altamente sensibile che sta cercando un modo per comunicare qualcosa, è il momento giusto per approfondire.

Nel mio webinar gratuito ti spiego, con parole semplici e senza tecnicismi, cosa significa davvero l’alta sensibilità e come cambia il modo di stare accanto ai figli https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy


Cosa puoi iniziare a fare già da oggi


Eccoti 5 strategie pratiche e concrete.

1. Non essere troppo insistente. Lo so, è frustrante. Ma più insisti, più lui/lei si chiude. Evita frasi come “Dai, forza, devi farla!” oppure “Se non la fai ora, la trattieni di nuovo e sentirai molto male!”.
Piuttosto prova a proporre il bagno come una pausa tranquilla, senza pretese: rendi quel momento leggero, il più sereno possibile: “Vuoi portarti quel libro che ti piace tanto mentre sei seduto sul visino (o sul water)?”.

2. Quando si sporca, niente panico nè prediche. Se succede – e succede! – non farne un dramma. Limita le tue reazioni emotive. Niente “Ma com’è possibile ancora?”, “Ma l’hai fatto apposta?”o sguardi delusi.
Puoi dire: “Ok, oggi è andata così. Succede. Ti aiuto a cambiarti.”.


3. Crea piccole routine di rilassamento quotidiano. Un bagno caldo, un massaggio alla pancia, una respirazione semplice (tipo “Gonfia la pancia come un palloncino e poi sgonfiala piano piano!”).
Il suo corpo ha bisogno di sentirsi al sicuro per lasciare andare e funzionare bene.


4. Dai voce a quello che prova. Se noti che tuo figlio è teso o trattenuto, puoi iniziare tu: “Diventa tutto più difficile quando le cose cambiano, vero?”. “Ti capita mai di sentire mal di pancia quando sei arrabbiato o triste?”. Anche se non ti risponde subito, stai aprendo una porta.


5. Ricordagli che va bene anche così. Sporcarsi non è un segno di fallimento. E sentirlo dire da te fa tutta la differenza:“Non ti preoccupare. Ti voglio bene anche così!”, “Possiamo affrontarlo insieme. Non sei solo.”


Non serve una diagnosi. Serve uno sguardo diverso

Se tuo figlio trattiene la cacca o si sporca le mutandine e hai già escluso cause organiche con il pediatra, lascia che te lo dica con chiarezza: non c’è nessun disturbo da curare.

Non è malato. Non c’è niente da “aggiustare”. E non c’è niente da aggiustare nemmeno nella sua alta sensibilità, se è quello il suo tratto: non è un “difetto di fabbrica”, è un modo diverso, non peggiore, non migliore, ma diverso di percepire il mondo.

Tuo figlio sta solo cercando di comunicare qualcosa… e lo fa con il mezzo che conosce meglio: il suo corpo. Se fai fatica a capirlo, non è perché non sei capace.

È solo che nessuno ti ha mai insegnato a leggere questo tipo di messaggio attraverso la lente giusta: quella di un bambino che sente tutto con un volume più alto della media.

Vedi, quello che vive è un passaggio normale della crescita, ma carico di emozioni che non sa gestire da solo. E se continui a cercare una diagnosi, una causa “medica”, un’etichetta… rischi di passare accanto al vero problema senza nemmeno sfiorarlo.

Ti serve uno sguardo diverso. Serve capire davvero cos’è l’alta sensibilità, non come sentito dire, non come etichetta buttata lì, ma come chiave di lettura vera, perché è da lì che con molta probabilità parte tutto il resto: il modo in cui interpreti quel comportamento, il modo in cui reagisci, il modo in cui accompagni tuo figlio.

Ed è esattamente questo il motivo per cui, da pedagogista specializzata in alta sensibilità, ho creato un webinar gratuito pensato apposta per genitori come te, per fare chiarezza una volta per tutte su cos’è (e cosa non è) l’alta sensibilità — e per aiutarti a inquadrare proprio quello che stai vivendo ora con l’encopresi dentro questo scenario più ampio.

Perché una volta che impari a riconoscere davvero l’alta sensibilità in tuo figlio, senza confonderla con capricci, ansia o altro, inizi a vedere le cose in un altro modo. Capisci perché tanti segnali del corpo, non solo l’encopresi, sono in realtà un modo per comunicarti una fatica che non trova altre parole.

E a quel punto diventa più facile distinguere quali approcci educativi funzionano davvero e quali invece peggiorano solo le cose, così puoi smettere di colpevolizzarti e ritrovare la tua autorevolezza educativa, anche nei momenti in cui ti senti più bloccata/o.

Cambia tutto, quando cambi lo sguardo. E il primo passo per cambiarlo è proprio questo: capire, con chiarezza e senza tecnicismi, di cosa stiamo davvero parlando.

Quindi ascolta bene: se tuo figlio si sporca regolarmente, NON aspettare che “passi da solo”.

Non passerà.

Anzi, più aspetti, più si cronicizza.

Più lui si chiude.

Più ti stanchi.

E no, non è colpa tua. Non è che hai sbagliato qualcosa, o che “non sei un genitore abbastanza bravo”.

Se sei arrivata/o fin qui, significa che stai cercando risposte. E già solo questo ti mette un passo avanti.

Ma adesso hai davanti un bivio molto concreto: puoi continuare a gestire tutto da sola/a, provare a risolvere “a tentoni” e vivere ogni episodio come un nuovo fallimento… oppure puoi fare quel primo passo di cui ti parlavo: capire davvero, con parole semplici e senza giudizi, cosa significa avere un figlio altamente sensibile e come questa caratteristica può spiegare molto più di quanto pensi.

Un passo che ti impegna poco meno di un’ora del tuo tempo. Ma che ti aiuta a ritrovare fiducia, equilibrio, e la serenità di dire: “Ok, adesso so cosa fare.” https://vimeo.com/1204088150?fl=ip&fe=ec&share=copy

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