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Tuo figlio ha dei tic? Ecco la guida pratica per capirli e gestirli senza peggiorare la situazione


Se ti sei trovata/o spesso a fissare tuo figlio (o tua figlia) mentre sbatte ripetutamente le palpebre, si schiarisce la gola di continuo o arriccia il naso… con quella sensazione nello stomaco che qualcosa non vada, questo articolo è per te.


E voglio dirtelo subito, prima che cominci nuovamente a colpevolizzarti: non sei un genitore distratto, inadeguato o che ha sbagliato qualcosa.


No. Stai solo osservando qualcosa che non ti hanno mai insegnato a riconoscere.

Qualcosa che ha a che fare con il sistema nervoso di tuo figlio.

Non con la sua volontà.

E nemmeno con la tua.


Tic: la verità dietro a quel comportamento “strano”


I gesti, i suoni, i movimenti che descrivevo sopra… hanno un nome: tic.


In Italia, circa il 20% dei bambini ne manifesta uno o più nel corso dell’infanzia.
Alcuni per pochi giorni. Altri per settimane. Per altri ancora sparisce un tic e ne subentra uno nuovo.


A volte questi movimenti ripetitivi coinvolgono gli occhi. Altre volte le spalle. O la gola. O la bocca.
O si esprimono con piccoli versi strani, quasi impercettibili, ma sempre uguali.


Se sei un genitore, è normale che questo ti disorienti.
È un comportamento che confonde, perché non sai come interpretarlo.

Ma c’è una cosa che è fondamentale comprendere subito:

Il tic non è un capriccio.
Non è un dispetto.
E non è un problema “da correggere”.


È un’espressione del corpo. Una contrazione, un movimento che arriva da solo, senza che un bambino lo possa prevedere. Si ripete, spesso sempre nello stesso modo e compare all’improvviso (indicativamente tra i 4 e i 6 anni di età), senza un ritmo preciso ma con una certa frequenza. Non è voluto, non è “pianificato”. Non c’è un perché logico. Arriva e basta.


Hai presente uno starnuto?


Pensa a quando ti viene da starnutire. Magari sei in mezzo alla gente o stai parlando con qualcuno, così all’inizio provi a trattenerti, a fare finta di niente.
Ma quella sensazione cresce, diventa sempre più forte, finché non puoi fare altro che lasciarla uscire.
E solo allora arriva il sollievo.

Ecco, per tuo figlio il tic funziona nello stesso identico modo:
non è una scelta, non è un capriccio.
È il suo corpo che trova una via d’uscita a una tensione che non riesce più a tenere dentro.

Non c’è logica.
Non c’è intenzione.
Non c’è controllo.

Tuo figlio non lo fa apposta.
E soprattutto: non può evitarlo.

Sì, capisco. Spesso sei lì, stanca/o, con mille pensieri in testa…e quando quel gesto si ripete ancora, e ancora, e ancora, ti senti al limite e magari ti scappa un:
“Basta! Perché fai così?”

Ti capisco. Succede a tanti genitori.
Ma devi sapere una cosa controintuitiva:

Più un tic riceve attenzione… più tende a rafforzarsi.

Non perché tuo figlio “ci marcia”. Ma perché, nel momento stesso in cui si accorge di essere osservato, qualcosa dentro di lui si accende: la sensazione di non andare bene, di essere sotto esame.

E quella sensazione diventa pressione.
La pressione diventa agitazione.
L’agitazione diventa un carico insopportabile da tenere dentro.

E allora il corpo fa l’unica cosa che sa fare per alleggerirsi: ripete, sempre di più, proprio quel tic che tu vorresti veder sparire.


A quel punto si innesca un meccanismo che si autoalimenta.


Più ti preoccupi → più controlli tuo figlio.
Più lo controlli → più lui si sente in tensione.
Più è in tensione → più il tic torna.


Non c’è cattiva intenzione. Né da parte tua, né da parte sua.
È un circolo vizioso che si interromperà solo nella misura in cui tuo figlio sentirà, nel profondo, che lo ami comunque, tic o non tic.


Perché compaiono i tic nei bambini?

Questa è la domanda che mi sento rivolgere più spesso:
“Perché succede proprio a lui? Da cosa dipende?”

Ti rispondo con quello che conferma la ricerca, ma anche con quanto ho potuto constatare in oltre 20 anni di lavoro con le famiglie:


C’è quasi sempre una componente ereditaria.
Se anche tu, da piccola/o, hai sofferto di tic, è probabile che tuo figlio abbia ereditato una certa “sensibilità” del sistema nervoso.

Ci sono poi fattori emotivi e ambientali che li scatenano o li intensificano.

Ecco i più comuni:

  • la nascita di un fratellino
  • un cambiamento importante (trasloco, cambio scuola)
  • lutti, separazioni, tensioni familiari
  • la pressione scolastica
  • aspettative troppo alte da parte degli adulti (esplicite o implicite)
  • scatti di crescita (il corpo cambia, la mente si riorganizza, le emozioni si intensificano. E la fatica per questo cambiamento così veloce, così profondo, a volte ha bisogno di trovare in qualche modo un canale per esprimersi)

Ma c’è anche un’altra cosa che pochi notano…

Spesso i tic compaiono nei bambini “bravi”. Quelli che sembrano sempre calmi, che non danno problemi, che non piangono mai.

Bambini che trattengono.
Che si controllano.
Che non vogliono deludere le persone che amano.
Che cercano di fare tutto “giusto”.

E proprio per questo, non lasciano uscire la tensione. Così è il corpo a farsene carico.

Inoltre, nel mio lavoro quotidiano con le famiglie, mi capita spesso di accorgermi della presenza di un filo rosso. Molti dei bambini che manifestano tic condividono un tratto profondo, spesso invisibile a chi li guarda da fuori: l’alta sensibilità.

Si tratta di bambini con un sistema nervoso più ricettivo, più permeabile.
Che vivono tutto — emozioni, stimoli, cambiamenti — in modo amplificato.

E proprio per questo:

  • faticano ad autoregolarsi
  • si sovraccaricano facilmente
  • non tollerano bene la frustrazione
  • e reagiscono con impulsi improvvisi o stati d’ansia.

Non è che “non si controllano”.
È che sentono troppo, tutto insieme.

E quando il dentro è troppo pieno, il corpo cerca una via per alleggerirsi.
A volte, quella via… è un tic. Un piccolo gesto, ripetuto, che all’apparenza sembra senza logica, ma che in realtà funziona come un campanello d’allarme.

In questo senso il tic è come la spia accesa sul cruscotto dell’auto. Non ti dice con precisione qual è il problema, ma ti avverte che qualcosa non funziona come dovrebbe e va verificato prima che sia troppo tardi.

Il tic funziona allo stesso modo:
Non è il problema. È il segnale.

Un segnale che arriva senza preavviso, ti coglie di sorpresa… e inevitabilmente ti mette in allarme.

Ed è proprio lì che si crea il cortocircuito nella relazione con tuo figlio.

Perché con molta probabilità, davanti a quel segnale, la preoccupazione prende il sopravvento. E allora inizi a:

  • osservarlo in modo ossessivo
  • contare quante volte succede
  • correggerlo (“Smettila!”, “Ancora?”)
  • ignorarlo (ma senza riuscirci)

E intanto, senza che tu te ne accorga, il tic diventa il filtro attraverso cui lo guardi. Non vedi più solo tuo figlio: vedi quel gesto, sempre in primo piano, che ti ruba l’attenzione.

E lui lo sente, si accorge di essere osservato, come se fosse sotto una lente d’ingrandimento. Inizia a percepire che ogni volta che fa quel movimento tu ti irrigidisci, ti preoccupi, ti innervosisci.

E questo lo mette ancora più in tensione.


Cosa puoi fare, davvero?

Qui voglio darti indicazioni pratiche, da usare già da domani. Non soluzioni magiche.
Ma piccole strategie che fanno una grande differenza.

1. Smetti di lottare contro il tic

Non va combattuto. Non va corretto.

Va osservato con uno sguardo diverso.
Come un messaggio. Come un bisogno.

E soprattutto: non prendertela sul personale.

Non è un attacco a te.
Non è una sfida.
Non è un modo per attirare attenzione.

2. Abbassa la pressione in casa

No, non devi diventare un monaco zen o stravolgere la vostra quotidianità.

Ma puoi:

  • dare tempo a tuo figlio per muoversi, correre, scaricare (il corpo ha bisogno di trovare canali attraverso cui esprimersi e liberare quello che ha accumulato dentro)
  • inserire pause nella giornata: meno stimoli, meno richieste (un angolo di silenzio, un gioco solitario, un po’ di noia. È lì che il sistema nervoso si ricarica davvero)
  • limitare le correzioni: anche quelle “gentili” (ricorda che non è qualcosa che può controllare su richiesta. Spesso nemmeno se ne accorge)
  • accettare il tic, senza farne il punto centrale di ogni conversazione

3. Offrigli spazio per parlare (ma solo se vuole)

Se lui non nomina mai il tic, non iniziare tu. Non c’è bisogno di metterlo sotto i riflettori.
Ma se un giorno ti chiede: “Mamma, perché faccio così?”, allora lì ti si presenta un’occasione preziosa. Non spiegazioni infinite, non rimproveri. Solo poche parole, semplici, che per lui possono fare la differenza:

“ Succede quando sei un po’ stanco o agitato. E’ una cosa che il corpo fa quando si accumula troppa stanchezza o tensione. Succede a tante persone. Possiamo fare qualcosa, insieme, per far stare meglio il tuo corpo.” 
In questo modo non si sente più solo e impara che non c’è nulla di cui vergognarsi.

4. Tieni un piccolo diario

Non serve a “monitorare” ma a individuare connessioni:

  • Quando compaiono i tic?
  • Cosa è successo prima?
  • Cosa succede subito dopo? Si agita di più? Si rilassa? Cambia umore? Chiede attenzioni?

Non per analizzarlo, ma per iniziare a vedere con più chiarezza quello che accade.

Mettere nero su bianco, a volte, è l’unico modo per accorgerti di ciò che la fretta quotidiana ti fa perdere di vista. E può diventare uno strumento prezioso anche per raccontare la situazione a chi lo segue a scuola, senza allarmismi e senza confusioni.

5. Ricorda: tuo figlio è più del suo tic

Questa è la cosa più importante.

Non trasformare il tic in un’etichetta, in qualcosa “da curare” o in una lotta quotidiana. Non definire tuo figlio in base a quello.

Lui è molto di più.
E ha bisogno che tu lo guardi davvero, oltre quel tic.


Non è colpa tua. Ma non puoi far finta di niente.

E qui nasce il paradosso.
Non sei tu ad aver causato tutto questo. Ma sei tu – e soltanto tu – che puoi cambiare la direzione di questa storia.

Non tuo figlio.
Non il tempo che passa.
Non la fortuna che “prima o poi gira”.

Sei tu.
E la scelta è davanti a te adesso. Oggi. In questo preciso momento.

Perché sì, è vero: i tic sono un fenomeno molto comune in età pediatrica.
Molti bambini li manifestano per un periodo e poi li lasciano andare da soli, senza che sia necessario intervenire.
Succede più spesso di quanto si pensi, e in molti casi non c’è motivo di preoccuparsi.

Ma… non sempre è così.
E se quei tic non se ne vanno?
Se invece di attenuarsi diventano più frequenti, più intensi, più invadenti?

In quel caso non si può più aspettare “che passino da soli”. Perché il rischio è che nel frattempo tuo figlio inizi a pagarne le conseguenze:

  • può avere difficoltà a relazionarsi con i compagni
  • può diventare oggetto di prese in giro, o addirittura di esclusione
  • può sentire il corpo affaticato, appesantito, dolorante
  • può iniziare a credere, nel silenzio dei suoi pensieri, di essere sbagliato, strano.

E sai qual è la parte più dolorosa di tutto questo?
Che ogni giorno passato ad aspettare, senza fare nulla, è un giorno in cui tuo figlio soffre inutilmente.

Non sto cercando di spaventarti. Voglio solo aiutarti a guardare la realtà per come è.

Ho visto troppi genitori arrivare da me dopo mesi trascorsi a rimandare, e la frase è sempre la stessa: “Magari l’avessi fatto prima!”

Non voglio che tu sia uno di loro.

La scienza lo conferma: l’intervento precoce fa tutta la differenza del mondo.

Ogni settimana che passa:

  • I tic si consolidano
  • I comportamenti di evitamento si radicano
  • L’ansia di tuo figlio aumenta
  • Il problema diventa più complesso da gestire

Tradotto? Quello che oggi potrebbe risolversi in poche settimane, tra 6 mesi potrebbe richiedere mesi di lavoro.

E non è solo una questione di tempo. È una questione di quanta sofferenza puoi evitargli.

Ogni giorno che tuo figlio passa sentendosi “sbagliato” è un giorno che lo allontana dalla persona sicura di sé che potrebbe essere.

Perciò, se senti che da sola/o non riesci a trovare il bandolo della matassa, se hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a mettere ordine nei pensieri, nelle paure, nelle domande…

Possiamo parlarne. Sul serio.

Non ti prometto soluzioni lampo né magie.
Quello che ti offro è un’occasione per fermarti un attimo, raccontarmi la tua situazione e sentirti ascoltata/o senza giudizi. Una videocall gratuita di 30 minuti, in cui potrai spiegarmi cosa stai vivendo e, insieme, daremo un senso a quei segnali che oggi ti spaventano.

Niente giudizi, niente etichette.
Solo chiarezza, direzione e la calma di cui senti il bisogno.

Prenota qui la tua videocall gratuita: ti basta compilare il modulo qui sotto.

           

Daniela Scandurra – Pedagogista Montessoriana

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