Succede ogni giorno in tante famiglie. Forse anche nella tua.
Siete appena usciti per una passeggiata, magari diretti al parco. Oppure siete in fila al supermercato. O ancora, sei appena rincasata/o dopo una giornata di lavoro faticosa… e all’improvviso percepisci quell’odore forte, inconfondibile.
Poi lo sguardo: abbassato, sfuggente, pieno di imbarazzo. È quello di tuo figlio, tua figlia che, ancora una volta, si è fatto/a la cacca addosso.
A 5, 6, 7 o magari anche a 10 anni.
E dentro di te senti un mix di emozioni: confusione, frustrazione, magari un po’ di rabbia.
Non sai più come reagire. Non sai più cosa pensare:
- hai già provato tutto
- hai cercato di parlarne con calma
- hai sgridato, quando la pazienza è finita
- hai provato a motivarlo/a con premi, adesivi, giochi, ricompense
- hai persino fatto finta di nulla, sperando che bastasse il tempo.
Ma niente. Succede ancora. E ogni volta ti chiedi: “Lo fa apposta? Sta cercando attenzione? È normale tutto questo? Perché succede ancora?”
Fermati un attimo e fai un bel respiro.
Quello che sta vivendo tuo figlio, tua figlia ha un nome preciso: encopresi. E, anche se non se ne parla molto, è una difficoltà che riguarda moltissime famiglie.
Cos’è davvero l’encopresi?
L’encopresi è una delle esperienze più faticose e scoraggianti che un genitore possa trovarsi ad affrontare durante la crescita di un figlio.
Colpisce circa il 3% dei bambini in età prescolare e l’1,5% in età scolare.
Una difficoltà che si presenta proprio in quel momento in cui ci si aspetta che certi traguardi — come usare il vasino o andare in bagno da soli — siano ormai superati.
E invece, all’improvviso, qualcosa si blocca.
Il bambino, che sembrava aver acquisito il controllo, inizia a sporcarsi di nuovo, a fare la cacca fuori contesto: nelle mutandine, magari per terra, oppure nascosto in un angolo.
Un comportamento che può derivare tanto dal non riuscire a trattenere lo stimolo, quanto dal tentativo opposto, trattenerlo troppo a lungo.
In questi casi si parla di encopresi, ma solo quando sono presenti alcune condizioni specifiche:
- avere compiuto almeno 4 anni
- gli episodi si ripetono con una certa frequenza, almeno una volta al mese per tre mesi consecutivi
- non ci sono cause organiche o effetti di farmaci che possano spiegare il sintomo.
Per i genitori, affrontare l’encopresi significa convivere con una serie di sfide quotidiane che vanno ben oltre il “farsi la cacca addosso”. C’è l’aspetto pratico: l’odore sgradevole, le lavatrici continue, le borse sempre piene di ricambi, anche solo per un’uscita breve. Ma soprattutto, c’è il carico emotivo: l’imbarazzo, la frustrazione, l’ansia che possa succedere ancora.
E quel pensiero silenzioso che inizia a farsi strada:
“Forse c’è qualcosa che non va… in lui, in lei… o forse in me.”
È facile sentirsi stanchi, soli, scoraggiati.
A volte anche inadeguati.
Ed è qui che serve fare chiarezza.
Non è una questione di capricci. Non è un comportamento fatto apposta. Se tuo figlio — o tua figlia — si sporca regolarmente, non lo fa per sfida. Non lo fa per infastidirti. Non è che “non voglia collaborare”.
La verità è che, in molti casi, non può farne a meno.
Non c’è intenzione. Non c’è scelta.
C’è il suo corpo che agisce prima della sua volontà.
L’encopresi è un segnale (silenzioso), non la causa
Ci sono tante ragioni per cui tuo figlio, tua figlia potrebbe trattenere la cacca e finire per sporcarsi le mutandine. E no, non è sempre facile capirlo da fuori. Ma ti assicuro che dietro c’è sempre un motivo preciso.
In alcuni casi, il motivo è la stitichezza oppure la presenza di piccole ragadi, che rendono l’evacuazione dolorosa. Ogni volta che sente lo stimolo… scatta il panico. Il suo corpo ricorda quel fastidio, e allora blocca tutto per proteggersi. Solo che più trattiene, più la cacca diventa dura… e più farà male la volta successiva.
Un circolo vizioso, tanto semplice quanto subdolo.
Altre volte, invece, tutto inizia da un percorso complicato con il vasino. Forse hai tolto il pannolino perché sembrava pronto/a, o perché era “l’età giusta”… ma dentro di lui/lei qualcosa non era ancora al suo posto. E così, quando arriva il momento di evacuare, si blocca. Si sente insicuro/a, magari ha paura del water, o semplicemente non si fida ancora del proprio corpo.
Poi ci sono le regole.
Quelle che sembrano innocue, ma che, se troppo rigide, rendono quel momento delicato un vero campo minato. “Pulisciti bene!”, “Attento a non sporcare!”, “Dai, sei capace, non sei più un bebè!”. E all’improvviso, un gesto naturale diventa un’operazione tecnica, piena di pressioni e aspettative.
Soprattutto fuori casa.
A scuola, in gita, da amici… dove non c’è “suo” bagno, non ci sono le stesse sicurezze. E lì, spesso, preferisce trattenere. Anche se deve. Anche se sente lo stimolo. Perché non si sente abbastanza libero/a. Perché ha paura di non farcela “come si fa a casa”.
Così, giorno dopo giorno, trattenere diventa un’abitudine. Un modo per evitare l’ansia. Una specie di protezione. Ma anche – e questo è importante – un gesto di autoaffermazione. Un modo silenzioso, ma potentissimo, per dire: “Questa cosa la decido io.”
Ecco perché è fondamentale osservare questi segnali senza giudicare.
Perché dietro quel comportamento c’è sempre una logica.
Quando tuo figlio trattiene le emozioni, il suo corpo trova il suo modo per esprimerle
Oltre alle spiegazioni più comuni – come la stitichezza, uno spannolinamento non riuscito – ci sono, però, un paio di aspetti molto spesso trascurati e sottovalutati quando si parla di bambini che trattengono la cacca e si sporcano le mutandine.
Parlo con la voce dell’esperienza: da pedagogista, lavoro ogni giorno con famiglie che affrontano esattamente questo tipo di situazione — e so quali strumenti funzionano e quali no.
Quando un bambino si sporca regolarmente, nella stragrande maggioranza dei casi ci sono due motivi profondi che nessuno ti spiega davvero:
- Tuo figlio — o tua figlia — fa una terribile fatica a lasciar andare
- E non ha ancora imparato a gestire le emozioni forti senza bloccare tutto.
Due dinamiche fondamentali della crescita emotiva… ma che vengono sistematicamente ignorate. Perché è molto più comodo dire “è stitichezza”, “è solo una fase”, “forse hai tolto il pannolino troppo presto”.
Ma la verità è che, se tuo figlio, tua figlia sta vivendo un cambiamento importante — un trasloco, l’arrivo di un fratellino, l’ingresso alla scuola materna o primaria — qualcosa dentro si muove. E se non ha gli strumenti per esprimerlo, quel qualcosa… si blocca.
E sai qual è la conseguenza di tutto questo?
Comincia a trattenere. Non solo fisicamente. Trattiene tutto: le emozioni, la rabbia, la paura, perfino il bisogno di chiedere aiuto.
Perché lasciare andare, per un bambino, una bambina non è un gesto banale.
È un atto di fiducia.
Lasciare andare la cacca — sì, proprio lei — vuol dire lasciar andare qualcosa che è “suo”. Qualcosa che è uscito da lui/lei, un suo prodotto. E se sente che sta perdendo il controllo in altre aree della sua vita (tipo quando tutto cambia o qualcuno di nuovo gli ruba la scena)… quel gesto può diventare spaventoso.
Pensa a un/una bambino/a che ha appena avuto un fratellino.
Tutti “gli/le dicono che “adesso è grande!”. E allora, se fare la cacca vuol dire “fare il/la grande”…lui/lei trattiene. Trattiene per dire: “Io non sono pronto/a. Non voglio fare il/la grande. Non voglio essere messo/a da parte.”
Oppure pensa a un/una bambino/a che ha cambiato casa.
Bagno nuovo, odori nuovi, abitudini nuove. Se non si sente al sicuro, trattenere diventa un modo per dire: “Questo spazio non lo sento mio. Non sono abbastanza tranquillo/a per rilassarmi e lasciarmi andare.”
E quando trattenere diventa abitudine… arriva l’encopresi.
Perché il corpo, a un certo punto, non ce la fa più a trattenere. E le perdite sfuggono. Le mutandine si sporcano. E tutto questo succede senza che un/una bambino/a lo voglia o lo decida.
Non solo.
Prova a immaginare come si sente un/una bambino/a che, per esempio, si fa la cacca addosso a scuola. Che sente l’odore, che vede gli altri compagni girarsi. Che torna a casa e guarda negli occhi un genitore stanco, che magari non dice nulla… ma sospira forte.
Si sente sporco/a. Sbagliato/a. Inadeguato/a. Solo/a.
E inizia a pensare:
“Forse non sono capace.”, “Forse sono sbagliato/a.”, “Forse deludo tutti.”
E mentre gli adulti cercano spiegazioni, lui/lei cerca solo una cosa:
qualcuno che lo/la capisca. Senza giudicarlo/a.
Ecco perché è fondamentale cambiare approccio. Perché non è un problema educativo. Non è una sfida. Non serve insistere, né alzare la voce, né ripetere per la centesima volta “devi andare in bagno”.
Ti servono strumenti. Veri. Pratici. Applicabili.
Tuo figlio, tua figlia non ha bisogno di una diagnosi. Ha bisogno di essere accompagnato/a. Di sentire che non è sbagliato/a, che non è “meno” degli altri bambini.
E tu — sì, proprio tu — hai tutte le risorse per aiutarlo/a.
Hai solo bisogno di qualcuno che ti aiuti a tirarle fuori.
Io posso farlo con te.
Insieme possiamo trasformare questa fatica in un percorso di crescita. Con strumenti semplici, adatti alla vostra quotidianità, che funzionano davvero.
Cosa puoi iniziare a fare già da oggi
Eccoti 5 strategie pratiche e concrete.
1. Non essere troppo insistente. Lo so, è frustrante. Ma più insisti, più lui/lei si chiude. Evita frasi come “Dai, forza, devi farla!” oppure “Se non la fai ora, la trattieni di nuovo e sentirai molto male!”.
Piuttosto prova a proporre il bagno come una pausa tranquilla, senza pretese: rendi quel momento leggero, il più sereno possibile: “Vuoi portarti quel libro che ti piace tanto mentre sei seduto sul visino (o sul water)?”.
2. Quando si sporca, niente panico nè prediche. Se succede – e succede! – non farne un dramma. Limita le tue reazioni emotive. Niente “Ma com’è possibile ancora?”, “Ma l’hai fatto apposta?”o sguardi delusi.
Puoi dire: “Ok, oggi è andata così. Succede. Ti aiuto a cambiarti.”.
3. Crea piccole routine di rilassamento quotidiano. Un bagno caldo, un massaggio alla pancia, una respirazione semplice (tipo “Gonfia la pancia come un palloncino e poi sgonfiala piano piano!”).
Il suo corpo ha bisogno di sentirsi al sicuro per lasciare andare e funzionare bene.
4. Dai voce a quello che prova. Se noti che tuo figlio, tua figlia è teso/a o trattenuto/a, puoi iniziare tu: “Diventa tutto più difficile quando le cose cambiano, vero?”. “Ti capita mai di sentire mal di pancia quando sei arrabbiato o triste?”. Anche se non ti risponde subito, stai aprendo una porta.
5. Ricordagli/le che va bene anche così. Sporcarsi non è un segno di fallimento. E sentirlo dire da te fa tutta la differenza:“Non ti preoccupare. Ti voglio bene anche così!”, “Possiamo affrontarlo insieme. Non sei solo/a.”
Non serve una diagnosi. Serve uno sguardo diverso
Se tuo figlio, tua figlia trattiene la cacca o si sporca le mutandine, e hai già escluso cause organiche con il pediatra, lascia che te lo dica con chiarezza: non c’è nessun disturbo da curare.
Non è malato/a. Non c’è niente da “aggiustare”.
Tuo figlio, tua figlia sta solo cercando di comunicare qualcosa…e lo fa con il mezzo che conosce meglio: il suo corpo. Se fai fatica a capirlo, non è perché non sei capace.
È solo che nessuno ti ha mai insegnato a leggere questo tipo di messaggio.
Quello che vive è un passaggio normale della crescita, ma carico di emozioni che non sa gestire da solo/a. E se continui a cercare una diagnosi, una causa “medica”, un’etichetta… rischi di passare accanto al vero problema senza nemmeno sfiorarlo.
Ti serve una guida.
Qualcuno che ti faccia vedere questa situazione da un’altra angolazione.
Serve qualcuno che ti dica come stanno esattamente le cose.
Ecco cosa faccio io, da pedagogista:
- Non ti propongo soluzioni preconfezionate
- Non ti faccio seguire un protocollo standard uguale per tutti
- Ti aiuto a capire cosa sta davvero dicendo tuo figlio, tua figlia con quel comportamento.
- Ti aiuto a ritrovare un clima più sereno in casa
- Ti do strumenti pratici. Azioni da mettere in pratica da domani.
- Ti aiuto a smettere di colpevolizzarti e a ritrovare la tua autorevolezza educativa.
E sai qual è la cosa bella?
Funziona.
In tantissimi casi, bastano pochi incontri per vedere un cambiamento reale. Perché quando cambi lo sguardo… cambia tutto.
Quindi ascolta bene: se tuo figlio, tua figlia si sporca regolarmente, NON aspettare.
Non sperare che “passi da solo”. Non passerà. Anzi, più aspetti, più si cronicizza. Più si chiude. Più ti stanchi.
E no, non è colpa tua.
Non è che hai sbagliato qualcosa, o che “non sei un genitore abbastanza bravo”.
Se sei arrivata/o fin qui, significa che stai cercando risposte. E già solo questo ti mette un passo avanti.
Ma adesso hai davanti un bivio molto concreto.
Puoi continuare a gestire tutto da sola/o, a provare di risolvere “a tentoni”, a vivere ogni episodio come un nuovo fallimento…
oppure puoi scegliere di affidarti a qualcuno che queste situazioni le conosce, le affronta ogni giorno e ha gli strumenti giusti per aiutarti concretamente.
Qualcuno che ti aiuti a leggere davvero cosa sta succedendo.
Che ti dia strumenti pratici, su misura per te e per tuo figlio, tua figlia.
Che ti aiuti a ritrovare fiducia, equilibrio, e la serenità di dire:“Ok, adesso so cosa fare.”
Scrivimi adesso per fissare una videocall gratuita di 30 minuti.
Lavoreremo insieme su ciò che conta davvero:
- capire il bisogno che si nasconde dietro quel comportamento
- ridurre la tensione a casa e intorno al momento “bagno”
- creare una routine che funzioni per voi, senza sensi di colpa
Contattami oggi.
Basta compilare il form che trovi qui sotto.
Il primo passo lo fai tu, al resto ci penso io.
