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PERCHE’ TUO FIGLIO SI PICCHIA E COSA FARE PER AIUTARLO A SMETTERE (SENZA URLA NE’ SENSI DI COLPA)

Tuo figlio (o tua figlia) batte la testa contro il muro. Si tira gli schiaffi. Si morde le braccia finché non rimane il segno.

E tu lo guardi sgomenta/o, confusa/o, a volte persino arrabbiata/o.

Magari qualcuno ti ha detto:

  • “È solo un capriccio!”
  •  “È una fase, passerà!”
  •  “Ignoralo e smetterà!”.

Peccato che NON sia vero.

E continuare a crederci è il modo più veloce per farlo sentire sbagliato. Inadeguato.

Vedi, questi gesti non sono un vezzo, non sono manipolazioni, non sono un “modo per attirare l’attenzione” come ti hanno raccontato.
Sono un SOS.
Un grido d’aiuto lanciato con il corpo, perché nei bambini, per molto tempo, è il corpo a parlare per primo.

Anche se sanno usare le parole, quando l’emozione li travolge… scelgono i gesti.
Perciò, è come se tuo figlio ti stesse urlando: “Mamma, papà… sto impazzendo qui dentro. Fammi uscire. Dimmi che non sono solo. Aiutami tu.”

Ora, dimmi una cosa.
Se un adulto sbattesse la testa contro il muro ogni volta che è sopraffatto, lo rimprovereremmo? No! Penseremmo: “Ha bisogno di aiuto, subito!”
Ma se lo fa un bambino, troppo spesso lo rimproveriamo. Lo puniamo. Lo trattiamo come se avesse qualcosa che non va.

E invece ha qualcosa che lo travolge. Solo che non lo sa dire. E allora lo mostra.
Con il corpo. Con la pelle. Con i denti. Con le mani. E noi cosa facciamo? Invece di cercare di comprendere “quel” segnale, lo zittiamo.

Perché siamo stati educati così: a confondere il disagio con la disobbedienza.

Ma tuo figlio non è sbagliato. Sta solo cercando un modo per farsi capire.
E rimproverarlo e punirlo per questo… è come gridare a qualcuno che sta annegando: “Nuota meglio!”

Ti sei mai chiesto perché tuo figlio si picchia?
Perché perde il controllo così in fretta?
Perché nemmeno le carezze, le parole dolci, i castighi o le punizioni servono a niente?

La verità è questa (e sì, è una verità scomoda): non sa cosa gli succede dentro. Ma lo sente. E lo sente forte.

E quando dentro c’è il caos, il corpo lo scarica fuori. Con morsi. Testate. Schiaffi. Urla. Pugni.
Vedi, tuo figlio non ha strumenti.
Non ha una mappa. Non ha una guida. Se non gliela dai tu, chi dovrebbe farlo?

No, non è colpa tua. E non è che tu non ci abbia provato.
Hai letto, hai chiesto, hai tentato mille cose.
Ma ti hanno fornito solo “teorie” e frasette preconfezionate.

Sai qual è il problema?

Ti hanno insegnato a guardare il comportamento, non il bisogno che si era dietro.
Ti hanno fatto credere che “Se lo fa è perché lo vuole fare!”.
Ti hanno detto che devi essere più severa/o, o più dolce, o più paziente… MA NON TI HANNO MAI DETTO COME SI LEGGE UN SEGNALE DEL CORPO.

E allora è chiaro che tu ti senta impotente, esausta/o, a volte persino colpevole.
Ma non sei tu il problema.
Il problema è che nessuno ti ha mai mostrato la chiave.

In questo articolo ti guido passo-passo. Niente fuffa. Niente teoria da manuale.
Solo strumenti concreti che puoi usare già da stasera.

Perché quando tuo figlio si picchia, non hai tempo per aspettare che “cresca e passi”. Hai bisogno di capire. E agire. Subito.


Ti riconosci in queste scene?

Sei al parco. Tuo figlio non vuole andare via. Inizia a colpirsi in testa. Tu provi a calmarlo, ma senti addosso gli sguardi degli altri genitori. E dentro di te parte il cortocircuito: paura, vergogna, impotenza. Vorresti solo che si fermasse. Subito. Ma più glielo dici, più peggiora.

O magari è sera. Sei stanca/o, esausta/o. E lui? Non trova il suo peluche. Si dà uno schiaffo. Tu esplodi: “BASTA! MA CHE PROBLEMI HAI?!” Allora piange più forte. E tu ti senti uno straccio. Più tardi lo guardi dormire e ti chiedi: “Cos’ho fatto? Perché reagisco così?”

Lo so.
Ci sono passata anch’io. Non una volta. CENTINAIA di volte. Con le famiglie che ho accompagnato in questi vent’anni. E ogni volta ho visto la stessa trappola: consigli generici, frasi da bacio Perugina, teorie scollegate dalla realtà.

Ma quando tuo figlio si picchia, non hai bisogno di teoria. Hai bisogno di strumenti.
Concreti. Utili. Chiari. Perché se non capisci COSA sta succedendo e COME intervenire, finirai per sentirti sempre più sola/o, più frustrata/o, più inadeguata/o.
E lui, sempre più perso.

Ma adesso siamo qui pronti ad entrare dove finora nessuno ti ha guidato: nel significato profondo di quei gesti. Non per giudicare. Ma per capire. E per agire.


Ecco cosa sta realmente accadendo (e nessuno te l’ha mai spiegato così)


Quando tuo figlio si picchia, non lo fa per metterti in difficoltà, per attirare attenzione o per rovinarti la giornata. Lo fa perché è travolto da emozioni che il suo cervello non riesce a reggere. E quando il cervello va in tilt, il corpo prende il comando.

Punto.

Ora pensa a te.
Quando sei sotto pressione, magari ti mordi le labbra. Stringi i pugni. Digrigni i denti. Il tuo corpo scarica la tensione in automatico, vero?

Tuo figlio fa lo stesso. Ma c’è una differenza enorme: il suo cervello è ancora immaturo. Non sa dosare l’intensità di ciò che sente. Quello che per te è serrare la mascella quando sei sotto pressione, per lui è un’esplosione fisica. Non perché “esagera”. Ma perché non sa ancora come reggere tutto quello che prova.

E qui subentra il cortocircuito nella comunicazione.
Perché noi adulti interpretiamo questi comportamenti con le nostre lenti:
“Lo fa apposta!”, “Mi vuole provocare!”, “Vuole mettermi in difficoltà davanti agli altri!”.

E invece no. Tuo figlio sta implodendo.

Ha un sistema nervoso che non funziona ancora a pieno regime. Un vocabolario emotivo ridotto all’osso. E a volte, un livello di sensibilità tale che anche solo entrare in un ambiente nuovo può mandarlo in sovraccarico.

Quando si picchia, non ti sta sfidando, sta semplicemente annegando in un oceano di emozioni che non sa contenere. E il suo corpo diventa l’unico modo per gridare:
“Sto male. Aiutami!”

Sembra assurdo, lo so.
Ma in termini neurobiologici, quel gesto è una strategia di emergenza per autoregolarsi. Una sorta di “valvola di sfogo” primitiva, che usa perché non ne conosce altre.

E se nessuno gli insegna un’alternativa…
quel comportamento rischia di diventare una scorciatoia automatica. Una risposta che il suo cervello memorizza, rafforza, e riattiva ogni volta che si sente sopraffatto.

Respira!
Non è colpa tua se nessuno te l’ha spiegato prima.
Ma adesso sì.


Le 4 VERE ragioni per cui tuo figlio si picchia


Dimentica i termini da manuale e le spiegazioni da convegno. Qui ti dico le cose come stanno davvero, con le parole della vita vera. Quelle che uso ogni giorno nelle mie consulenze. Quelle che ti servono quando tuo figlio si dà una testata nel muro e tu non sai da che parte girarti.


1. Vive emozioni forti, ma non sa come dirlo

Immagina di essere in un paese straniero.Non parli la lingua del posto e hai un’urgenza. Nessuno ti capisce. Cosa fai? Gesticoli. Alzi la voce. Ti agiti. Fai qualsiasi cosa per farti capire.

Ecco.
Tuo figlio fa la stessa cosa.

Solo che invece di trovarsi in un paese straniero, è intrappolato in un’emozione che non sa nominare. Dentro ha il caos: rabbia, frustrazione, paura, stanchezza, confusione.

Ma fuori? Ha un vocabolario emotivo che si ferma a “Sono triste!” o “Sono arrabbiato!”. Punto. Non sa dire: “Mi sento sopraffatto!”, “Ho bisogno di stare da solo!”, “Questa situazione mi mette ansia!”.

E allora che fa?
Trasforma l’emozione in azione. Si picchia. Si morde. Si tira i capelli. Non per farti del male. Ma per sopravvivere. E farsi capire.


2. Il mondo è TROPPO forte

Questo è il punto che manda in tilt tanti genitori.
“Ma com’è possibile? È solo un parco giochi! Gli altri bambini si divertono!”.

Sì. Ma tuo figlio non è gli altri bambini.

Se ha un sistema nervoso più sensibile (e magari lo ha…), quel parco non è solo un posto divertente. È una bomba sensoriale. Prova a metterti nei suoi panni. Nel giro di pochi minuti, il suo cervello deve gestire:

  • 30 bambini che urlano
  • persone che si muovono dappertutto
  • voci che si sovrappongono
  • caldo, freddo, vento
  • rumori improvvisi, imprevisti

Tu filtri tutto questo in automatico. Lui no. Il suo sistema nervoso, ancora acerbo, non riesce a selezionare. Prende TUTTO insieme. Senza pause. Senza filtri. Senza scampo. E quando gli stimoli diventano troppi, il corpo esplode.

Non lo fa per fare scena. Lo fa per difendersi. È come se ti stesse dicendo: “È troppo. Aiutami. Non ce la faccio da solo.”

Se non sai cosa c’è dietro, pensi che stia facendo il monello. Ma la verità è che è in sovraccarico. E un bambino in sovraccarico non va corretto. Va protetto.


3. Guardami. Esisto anch’io!

Ok, questa è delicata.
Perché sì, a volte i bambini si picchiano per attirare attenzione. Ma non nel senso manipolatorio che immagini. Non è un piano machiavellico. Non è un “Lo fa apposta per mettermi alla prova!”. È un tentativo disperato di rientrare nel tuo campo visivo.
Di farti fermare. Di dirti: “Ehi, ci sono ancora. Ti ricordi di me?”

Immagina questa scena:
hai appena avuto un secondo figlio. Il grande ha 3 anni. Tu sei a pezzi. Non dormi da giorni. Ogni volta che allatti il piccolo, lui si picchia. Ogni singola volta. E tu, sfinita, urli: “Ma come ti permetti? Sono stanca morta!”

Fermati un secondo.
Fino a ieri era lui il tuo mondo. Ora c’è un intruso che si prende tutto: le tue braccia, i tuoi occhi, il tuo tempo. E per un bambino piccolo, questo vuol dire una cosa sola: “Non esisto più.” Allora fa l’unica cosa che ha imparato: ti spaventa. Perché la paura ti riporta su di lui, anche solo per un istante.

Ma puoi spezzare questa dinamica.
Come?
Creando momenti in cui sei solo per lui. Anche 10 minuti. Ma SACRI. Niente telefono. Niente “Aspetta che finisco con tuo fratello”. Niente distrazioni.

E quando succede di nuovo (perché succederà), fermati. Guardalo negli occhi. E digli, calmo: “Vedo che hai bisogno di me. Sono qui. Dimmi cosa ti serve.”

No, non stai premiando il comportamento. Stai rispondendo al bisogno che lo genera. E la differenza è enorme. Col tempo, se quel bisogno viene accolto in modo sano, il comportamento inadeguato sparisce. Perché non serve più.


4. Quando la paura blocca il corpo. E l’unica via d’uscita… sei tu

Questa è forse la ragione più toccante. E anche la meno riconosciuta.

A volte un bambino si picchia perché ha paura. Paura vera. Quella che ti blocca le gambe, ti stringe la gola, ti fa sentire in trappola anche se sei in mezzo alla gente. In quei momenti, il suo sistema nervoso va in tilt. Dentro di lui scatta l’allarme: “PERICOLO! FAI QUALCOSA!”.

Ma non può scappare. Non può sparire. È solo un cucciolo di essere umano alto 90 cm, in un mondo pieno di giganti, con il cuore che batte forte e nessun posto sicuro dove rifugiarsi.

E allora?
Colpisce l’unica cosa che può controllare: se stesso.

Ti è mai capitato di vederlo irrigidirsi in sala d’attesa, prima di un prelievo? Poi di colpo… si dà uno schiaffo. Si morde. E tu, spiazzata/o, senti gli occhi degli altri genitori addosso. Ti sale la vergogna. E sussurri, quasi d’istinto: “Smettila, per favore. Non fare scenate!”

Ma lui non sta facendo scenate. Sta cercando di non affogare nella paura. Nel modo più primitivo che conosce, cercando di sopravvivere.

Le strategie che FUNZIONANO davvero

(testate su centinaia di famiglie in oltre 20 anni)

Ora scendiamo nel concreto.
Perché diciamolo chiaramente: non ti servono belle parole. Ti servono strumenti da usare domani mattina, quando tuo figlio si picchia e tu senti salire il panico.

Parliamo del momento peggiore. Lui si colpisce Tu senti il cuore accelerare E una voce dentro che urla: “BASTA!”.

Fermati!
I prossimi 60 secondi decidono se la crisi si placa o esplode. Sì, è una responsabilità. Ma anche il tuo potere.


STRATEGIA #1


Prima calmi TE, poi puoi calmare LUI

Lo so. È controintuitivo. Vorresti correre da lui, contenerlo, fermarlo. Ma se tu sei nel panico, lui lo sente. E va ancora più in tilt. Quindi prima: tre respiri. Profondi. Subito.
Rilassa le spalle. Rallenta il respiro. Porta la tua voce su un registro di calma. Poi avvicinati e con voce bassa, lenta, ferma digli:

“Sei molto arrabbiato adesso. Vedo che è difficile. Non è per niente divertente.”

Non stai spiegando. Stai nominando. Dare un nome all’emozione abbassa l’intensità neurologica nel cervello.


STRATEGIA #2


Metti in sicurezza il suo corpo senza bloccare le emozioni

Se tuo figlio si sta sbattendo la testa contro il muro o sul pavimento la prima cosa è metterlo in sicurezza, senza bloccarlo. Spostalo delicatamente su una superficie morbida, un tappeto, una coperta piegata, un cuscino, in modo che non si faccia male. Digli qualcosa come:

“Va bene… sei al sicuro. Prova ad essere più gentile con te stesso.”

Puoi anche posizionarti tra lui e la superficie dura, così da proteggerlo, ma evita di trattenerlo con forza: lo farebbe solo sentire intrappolato e aumenterebbe la sua frustrazione. L’obiettivo non è “farlo smettere a tutti i costi”, ma aiutarlo a calmarsi in sicurezza, sapendo che tu ci sei, senza che si senta giudicato.


STRATEGIA #3


Diventa detective dei trigger

Non puoi cambiare quello che non comprendi. Quindi per 2 settimane fai questo: tieni traccia degli episodi. Scrivi:

  • L’ora
  • Cosa stava succedendo poco prima
  • Com’era l’ambiente (rumoroso? tranquillo? troppe persone? troppe luci?)
  • Cosa aveva mangiato e quanto aveva dormito
  • Come hai reagito tu

Dopo due settimane, rileggi tutto. Ti accorgerai che i pattern si ripetono con precisione svizzera.

Esempio?

 Le crisi arrivano sempre verso le 18, quando si sommano fame e stanchezza. O dopo l’asilo, quando il suo cervello è saturo di stimoli. O quando siete di corsa, perché assorbe la tua ansia e la amplifica. Una volta che li conosci, puoi prevenirli.

Sai che crolla alle 18? Alle 17:30 offrigli uno snack proteico, abbassa le luci, musica calma. Eviterai la crisi prima che esploda.

Funziona sempre? No. Ma nell’80% dei casi sì. E quell’80% ti cambia la vita.


STRATEGIA #4


Insegnagli a calmarsi da solo (CONCRETAMENTE)

Questo è il pezzo che fa la differenza tra un genitore travolto dalle crisi e uno che le previene.

Non si tratta di “controllare” tuo figlio. Si tratta di dargli strumenti veri, concreti, fisici, immediati, che può usare quando sente che sta per perdere il controllo.

Ma attenzione: questi strumenti si offrono quando è CALMO, non mentre è in corso l’uragano.

È come insegnare a nuotare. Non aspetti che tuo figlio cada in acqua per dirgli “Adesso muovi le braccia così!”. Glielo insegni quando è al sicuro, nell’acqua bassa, magari giocando insieme. Così quando un giorno si troverà davvero in difficoltà, saprà già cosa fare. 


L’auto-abbraccio (self-hug)

È un gesto semplice, ma potentissimo. Perfetto quando non puoi essere lì subito a contenerlo. Insegnaglielo quando è tranquillo, non nel pieno della crisi.
Mostragli come fare:

“Incrocia le braccia sul petto, appoggia le mani sulle spalle opposte,
stringe forte… e respira contando lentamente fino a dieci!”.

Presentaglielo come un super-potere, non come un esercizio:

“Questo è l’abbraccio che puoi darti quando hai bisogno di sentirti al sicuro e io non posso arrivare subito.”

Perché funziona? Perché la pressione profonda attiva il sistema nervoso parasimpatico e dice al corpo: “Sei al sicuro. Puoi rilassarti.”


Le bolle di sapone

Sembra un gioco. In realtà è un esercizio di respirazione regolativa.

Scegli un momento tranquillo, a casa. Dopo cena, prima di dormire, quando non c’è fretta. Tira fuori le bolle di sapone vere, quelle col bastoncino. Fagli vedere come funziona: respiro corto dal naso (inspirazione), soffio lungo dalla bocca (espirazione). E digli in modo semplice:

“Vedi? Se soffi troppo forte le bolle scoppiano. Se invece soffi piano piano, le bolle diventano belle grandi e restano sospese nell’aria.”

Poi giocate. Fate bolle enormi, bolle storte. Deve essere un gioco. Non un esercizio. E quando lo vedi agitarsi, prima che la crisi esploda, avvicinati e digli piano: “Facciamo le bolle invisibili?”.

Questo tipo di respirazione funziona perché manda un messaggio chiaro e diretto al cervello: “Non c’è pericolo. Puoi rallentare.”


STRATEGIA #5


Crea il suo rifugio sensoriale

Se tuo figlio va spesso in sovraccarico, ha bisogno di un posto dove poter rientrare in sé. A casa basta poco:

  • cuscini morbidi
  • una luce bassa
  • una coperta avvolgente
  • uno spazio semi-chiuso (tenda o angolo morbido)

Non è “l’angolo del castigo”. È il suo posto sicuro. Quello dove il corpo smette di difendersi.

Fuori casa, prepara una versione “portatile” e nello zaino tieni sempre:

  • cuffie antirumore (vanno benissimo anche quelle da cantiere)
  • qualcosa da stringere con le mani
  • una copertina morbida
  • uno snack che sazia davvero
  • una borraccia d’acqua.

Sono dettagli. Ma quando il cervello è saturo, quei dettagli fanno la differenza. E insegnagli una frase-chiave per riconoscere il momento:

“Vuoi andare nel tuo angolo tranquillo a calmarti?”

Questa è autoregolazione vera. Sapere quando è troppo. E sapersi proteggere prima che arrivi la crisi. Una competenza che gli resterà per tutta la vita.


Ora però ti devo dire una cosa. E non ti piacerà

Ok, queste strategie che ti ho dato sono potenti. Sono testate. Funzionano. Ma c’è un problema.

Non basta sapere COSA fare. Devi sapere QUANDO farlo. COME adattarlo. E soprattutto… cosa c’è dietro nel TUO caso specifico.

Perché vedi, io potrei scriverti altre 50 strategie. Ma se non comprendi qual è il vero trigger di tuo figlio, qual è il suo tipo di sensibilità, quale fase dello sviluppo emotivo sta attraversando, rischi di applicare la strategia giusta al momento sbagliato. O peggio: di applicare quella sbagliata pensando che sia giusta.

Ed è esattamente per questo che la maggior parte dei genitori si trova in difficoltà.

Non perché non si impegnano. Ma perché tentano a caso. E quando una cosa non funziona, si sentono ancora più inadeguati. Pensano: “Non sono capace nemmeno di fare questo!.”

Ma il problema non sei tu.

Il problema è che stai usando un approccio generico su un bambino che ha bisogno di uno sguardo personalizzato.

Ti faccio un esempio concreto: prendiamo due bambini che si picchiano.

Bambino A: ha 3 anni, va al nido, ha un fratellino appena nato. Si picchia SOLO quando la mamma allatta.

Bambino B: ha 5 anni, è figlio unico, si picchia soprattutto dopo la scuola dell’infanzia o in ambienti rumorosi.

Stessa manifestazione. Ma cause completamente diverse. Il primo ha bisogno di attenzione esclusiva e di essere rassicurato sul fatto che esiste ancora. Il secondo ha bisogno di decompressione sensoriale e di tempi di recupero dopo stimoli intensi.

Se applichi la stessa strategia a entrambi… con uno funziona, con l’altro no. E a quel punto che fai? Pensi di aver sbagliato tutto.

Ma non è così. Hai solo usato lo strumento sbagliato per quella situazione.

Ecco perchè questi comportamenti non si risolvono con un articolo.

O con un libro.

O con un consiglio trovato su Instagram.

Si risolvono quando qualcuno ti accompagna a leggere il comportamento di TUO figlio.

  • I suoi trigger reali
  • Le dinamiche che si sono create
  • I suoi bisogni nascosti
  • La vostra relazione.

E questo richiede tempo. Ascolto. Uno sguardo esperto che vede quello che tu, dentro la situazione, non puoi vedere.

La mia videocall gratuita di 30 minuti serve proprio a questo.

Non ti do “la soluzione magica”. Non ti dico “Fai così e domani è risolto!”.

In quei 30 minuti:

  • Mi racconti la tua situazione (senza essere giudicata/o)
  • Ti faccio le domande che nessuno ti ha mai fatto
  • Capisci se quello che sta succedendo ha bisogno di un accompagnamento strutturato
  • Vedi se il mio metodo fa per te e per la tua famiglia

Perché in oltre 20 anni di consulenze, di casi come il tuo ne ho visti centinaia. E so riconoscere in pochi minuti se tuo figlio:

  • è in sovraccarico continuo
  • sta vivendo un passaggio evolutivo critico
  • ha bisogno di più connessione emotiva con te
  • sta scaricando ansia che assorbe dall’ambiente
  • vive dinamiche relazionali che alimentano il comportamento

E soprattutto, so dirti se serve un percorso vero. Non un trucchetto da applicare. Ma un accompagnamento che ti insegna a leggere il comportamento di tuo figlio. E a rispondere nel modo giusto. Al momento giusto. Per il SUO bisogno specifico.


La verità che devi portare con te (e la decisione che devi prendere ORA)

Tuo figlio non ha niente che non va. E neanche tu. Non sei una madre sbagliata. Non sei un padre inadeguato.

Quello che sta succedendo è più semplice e più umano di quanto pensi.

Tuo figlio sta vivendo emozioni enormi. Ma il suo cervello non ha ancora gli strumenti per raccontarle. Così te le lancia addosso col corpo, nel solo modo che conosce. E tu, fino a oggi, non avevi le chiavi per decifrare quello che ti sta comunicando.

Adesso sì.

Vedi, non serve essere il genitore perfetto che hai in testa. Serve essere lì. Con pazienza. Con l’intenzione di capire. Con la voglia di imparare insieme. Perché la genitorialità non è una gara a chi sbaglia meno. È una relazione che si costruisce giorno per giorno. E nelle relazioni vere si sbaglia, si ripara, si cresce. Insieme.


MA (ed è un MA importante)…

Ora devo dirti una cosa che nessuno ti dice con chiarezza, ma che devi sapere.

Questo comportamento, di per sé, non è pericoloso oggi.

Ma se continua a essere l’unico modo che tuo figlio conosce per scaricare quello che prova, se viene minimizzato (“Passerà da solo!”), ignorato (“E’ solo una fase!”), o gestito sempre e solo in emergenza

Si radica. Diventa automatico.

E quello che oggi è semplicemente un bambino che non sa ancora fare diversamente, tra qualche anno diventa un ragazzo che:

  • inveisce contro se stesso per calmarsi
  • non ha sviluppato alternative sane per gestire stress e frustrazione
  • si vergogna perché non riesce a controllarsi
  • fatica a fidarsi delle sue emozioni
  • rischia di mettere in atto forme di autolesionismo più gravi

Non succede per colpa tua. Succede perché il cervello impara quello che ripetiamo.

Se ogni volta che tuo figlio è in difficoltà la risposta è picchiarsi, il cervello costruisce un’autostrada neuronale verso quel comportamento. E più lo ripete, più quel gesto diventa l’unica risposta automatica che conosce.

Ma c’è una buona notizia.

Sei ancora in tempo.

Anzi, sei nel momento perfetto per cambiare direzione. Perché adesso il suo cervello è plastico, flessibile, ricettivo. Adesso, basta poco, se fatto bene, per riscrivere il copione.

Tra 2 o 5 anni? Sarà tutto molto più difficile.


Cosa puoi fare ORA (non domani)

Leggere questo articolo con molta probabilità ti ha dato sollievo. Finalmente qualcuno che non ti giudica. Che capisce.

Ma leggere non basta.

Tra leggere e agire c’è un abisso. E se non lo attraversi, tra un mese sei ancora qui.
Con lo stesso problema. Solo che sarà più complicato da sciogliere.

Compila il modulo qui sotto.

Richiedi la tua videocall. E comincia a riscrivere questo copione. Insieme a lui. Da oggi.

P.S.
Chiediti questo:
Cosa perdo a fare una chiamata di 30 minuti?
Niente.
Cosa rischio a NON farla?
Che tra sei mesi sei ancora qui. Solo che il comportamento sarà più radicato.
Scegli adesso chi vuoi diventare.
Il genitore che aspetta…
O quello che comincia a fare sul serio. Per sé. E per suo figlio.

Daniela Scandurra – Pedagogista Montessoriana

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