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“MIO FIGLIO NON MI RISPETTA!” E SE NON FOSSE COME PENSI? SCOPRI COSA C’È DAVVERO DIETRO QUELLE RISPOSTE SGARBATE E COME GESTIRLE IN MODO EFFICACE, SENZA ROVINARE LA RELAZIONE

Hai un bambino (o una bambina) che, quando gli chiedi qualcosa di semplice – per esempio spegnere la TV, riordinare la sua stanza, vestirsi per uscire – ti risponde sbuffando, alza gli occhi al cielo, parte con un “No!” isterico o scoppia a piangere come se gli avessi chiesto di scalare l’Everest?

E ogni volta, senza nemmeno accorgertene, ti ritrovi con quel pensiero che torna sempre, familiare e fastidioso: “Mi sta mancando di rispetto!”.

O peggio ancora: parte l’automatismo mentale (quello che ci hanno stampato dentro!): “Ai miei tempi non mi sarei mai permessa/o di rispondere così. Bastava uno sguardo di mio padre e…”

Frena un attimo. Davvero.

Perché quello che senti – quella frustrazione, quel senso di impotenza, quel nervoso che ti sale – non nasce tanto da ciò che tuo figlio fa.

Nasce da come interpreti quello che fa.

Ed è qui che può succedere qualcosa di grande: se cambi il modo in cui guardi ciò che tuo figlio fa, cambia tutto il resto. Le emozioni che provi, le risposte che dai, il tipo di rapporto che costruite giorno dopo giorno.

Tuo figlio non è un piccolo ribelle, in missione per distruggerti la giornata. Sta solo cercando, goffamente, di farsi capire. Quando ti ignora, ti risponde male o fa il contrario di ciò che gli chiedi, non sta alzando un cartello con scritto “NON TI RISPETTO!”. Sta invece dicendo: “Ho bisogno di qualcosa e non so come dirtelo.”

Il problema è che noi genitori, cresciuti a pane e obbedienza, leggiamo quei comportamenti con un filtro vecchio di quarant’anni:

se non mi ascolta = mi sfida = non mi rispetta.

Ma questa interprestazione è una trappola!

Eh…tranquilla/o ci caschiamo tutti!

Perché nessuno ci ha mai insegnato a decifrare il vero significato del comportamento infantile.

La verità è che il rispetto non si ottiene col potere. Si costruisce con la connessione.

E per riuscirci davvero – per costruire un rapporto basato su rispetto autentico, non sulla paura o sul potere – dobbiamo partire da una domanda diversa. Una domanda che cambia tutto.

Non più: “Perché si comporta così?”. Ma: “Cosa si nasconde dietro questo comportamento?”, “Cosa sta cercando di comunicarmi davvero mio figlio?”

Ecco qualche esempio da vita vera (spoiler: ti ci ritroverai!):

Tuo figlio di 5 anni sta giocando con i Lego.

Tu dici: “È ora di lavarsi i denti!”

Lui non alza neanche lo sguardo e imperterrito continua a giocare come se niente fosse.

Dentro di te si accende la miccia: “Ecco! Mi ignora apposta. Non rispetta quello che dico!” .

Ma se lo guardi con occhi diversi, potresti vedere un bambino immerso nel gioco, completamente assorbito, che fatica a cambiare focus. Oppure stanco, sovraccarico, che ha solo bisogno di sentirsi accolto.

Oppure: tua figlia di 10 anni sta leggendo un fumetto sul divano.

Le dici che è ora di iniziare a fare i compiti.

Lei sbuffa, alza gli occhi al cielo e dice: “Devo proprio adesso?”

È oppositiva? O sta semplicemente cercando di mantenere un minimo di controllo su un tempo che percepisce come imposto? Su questo tema ho scritto un articolo specifico che può aiutarti a fare chiarezza: lo trovi qui → https://danielascandurra.com/il-vero-motivo-che-nessuno-ti-ha-detto-per-cui-il-tuo-bambino-di-9-anni-ti-risponde-male/

Sai, ci sono mille motivi dietro a questi comportamenti dei nostri figli. 

I bambini hanno pochissimo controllo sulla loro vita: decidiamo noi dove devono andare, quando mangiare, quando dormire, cosa fare. A volte, rispondere male, per quanto fastidioso, è uno dei pochi modi che hanno per sentirsi vivi, presenti, autonomi. È il loro “modo goffo” di reclamare un pezzetto di potere.

E poi devi sapere che rispondere male funziona! Ti fa reagire. E in questo modo tuo figlio ha garantita la tua attenzione. Anche se negativa! D’altronde è pur sempre attenzione. Ed è sempre meglio di niente. Soprattutto se in quel momento si sente messo da parte, perché

  • è arrivato un fratellino
  • sei troppo “presa/o” dal lavoro.

Oppure vive delle tensioni che non riesce a comunicarti: un litigio con un compagno di scuola, un’interrogazione andata male, un’amicizia che traballa, un insegnante con cui non riesce ad avere feeling.  E allora sbotta, risponde male.

Non vuole provocarti. È solo una richiesta d’aiuto.

Adesso ti è più chiaro cosa succede davvero quando pensi che tuo figlio non ti rispetti? La tua mente fa partire un film (“Non mi rispetta!”), ma la sceneggiatura è sbagliata.

E questo ragionamento ti porta a fare quello che conosci fin troppo bene: alzi la voce, minacci una punizione, ti parte quel sermone che speri serva a qualcosa. Ma invece di ottenere collaborazione, si crea solo più tensione. Più distanza. Più chiusura.

Ora ascoltami bene: il vero rispetto nasce da come lo insegni. Non da quanto lo pretendi.

Ancora oggi, troppi genitori credono che farsi rispettare dai propri figli significhi fare la voce grossa o infliggere una punizione. “Se non mi ascolta, lo metto in castigo così impara!” Ma funziona davvero?

Punizioni, time-out, urla, possono fermare il comportamento sul momento. Ma è solo apparenza. Una finta obbedienza che dura quanto basta a evitare la sgridata. Ma a lungo termine non si fa altro che seminare paura, vergogna e disconnessione. Tuo figlio non impara a riflettere. Impara a temerti. E il rispetto non cresce nella paura. Si nutre di fiducia.

Ciò che invece lo aiuta davvero a crescere è essere aiutato nello sviluppare specifiche competenze come:

  • saper gestire la frustrazione
  • diventare consapevole di quello prova e saperlo comunicarlo
  • accettare un “no” senza esplodere
  • passare da un’attività all’altra senza andare in crisi

E queste abilità… non si insegnano con le urla. Ma con l’esempio.

Ogni volta che tuo figlio ti guarda mentre respiri, invece di esplodere.

O quando lo aiuti a regolare la rabbia, invece di metterlo in castigo.

O tutte quelle volte che scegli la coerenza invece del ricatto, la fermezza invece della minaccia.

È lì che l’educazione diventa reale: in quei momenti di vita quotidiana in cui dimostri con i fatti – non con le prediche – come si gestiscono le emozioni, i limiti e i conflitti.


Cosa puoi fare allora quando tuo figlio ti risponde male?

Primo: stabilisci regole chiare fin da subito

Non puoi pretendere rispetto da tuo figlio se in casa regna la confusione. I bambini hanno bisogno di riferimenti stabili, di sapere dove finisce il lecito e dove inizia il limite. Le regole non devono essere un codice penale, ma una cornice visibile, condivisa e concreta. Parlane con tuo figlio. Non solo quando ti risponde male, ma anche nei momenti tranquilli. Coinvolgilo nel decidere che tipo di famiglia volete essere.

Per esempio:

  • “In questa casa non ci si insulta, neppure per scherzo”
  • “Non usiamo parolacce né tra adulti né tra bambini”
  • “Parliamo con un tono calmo. Se siamo arrabbiati, ci fermiamo e ci diamo il tempo per ripartire”

Queste regole non sono gabbie. Sono ponti. Strumenti per rendere possibile una convivenza rispettosa, dove il rispetto non è una pretesa, ma un’abitudine quotidiana condivisa.

E – attenzione – si tratta di regole che valgono per tutti. Nessuno escluso. Perché i bambini imparano più da quello che vedono che da quello che diciamo.


Secondo: evita di trasformare ogni risposta sbagliata in una lotta di potere

Lo so. Non è facile. Rimanere calmi quando i nostri figli ci rispondono per le rime è una delle sfide più faticose dell’essere genitori. Ma se ti lasci trascinare dal tono o dalle parole sbagliate di tuo figlio, rischi di portare la discussione su un terreno sterile: chi ha più potere, chi ha l’ultima parola. In poche parole è come se ti ritrovassi a difendere il tuo ruolo. E lì, si che perdi tutto: la possibilità di rimanere connessi anche nei momenti difficili e soprattutto l’opportunità di trasformare quel momento in un vero insegnamento.

Quindi fermati un attimo.

E prendi fiato, perché la tua reazione è fondamentale. Se rispondi di getto – con una minaccia, con una predica, con un’etichetta del tipo “Sei maleducato!” – non fai altro che alimentare la frustrazione di tuo figlio. Ma se invece riesci a a reggere il colpo con calma, gli insegni qualcosa di prezioso: che si può essere arrabbiati senza ferire. Che si può sbagliare senza mandare tutto all’aria. Che c’è un’altra strada.

Prova con una frase diversa: “Capisco che sei infastidito. Possiamo parlarne in un altro modo?”

Il rispetto non si impone. Si insegna. Ma prima di tutto, si incarna.


Terzo: offrigli alternative

No, non significa cedere. Significa costruire collaborazione. Quando dici “Adesso basta, si fa come dico io!”, metti tuo figlio in modalità “opposizione automatica”. E il rispetto, in quella dinamica, evapora.

Prova invece a spostare il focus sul potere della scelta. “Vuoi iniziare dai compiti di matematica o da quelli di italiano?” “Preferisci lavare i denti adesso o tra cinque minuti?”

La differenza è sottile, ma potentissima: tu resti il capitano della nave, ma per qualche tratto del viaggio gli permetti di tenere il timone. E questo lo fa sentire considerato, visto, coinvolto. Non comandato.


Quarto: vai oltre il comportamento

Dietro quella risposta brusca, c’è sempre altro. Credimi.

Un bambino stanco non ragiona, reagisce.

Un bambino affamato non collabora, esplode.

Un bambino immerso in un’attività che ama, fatica a lasciarla. Non perché è disobbediente. Ma perché è concentrato. È in un flusso. Per lui, passare da una situazione a un’altra è come spezzare una magia. Forse a te sembra semplice: dici “stop” e passi ad altro. Ma prova a metterti nei suoi panni. Sta costruendo una torre altissima o leggendo la pagina più bella del suo ultimo libro. E tu arrivi con un: “Basta, ora si va!”. Nella sua testa succede qualcosa del tipo: “Ma perché proprio ora? Perché non posso finire? Non vede quanto è importante per me?”. Il suo cervello, ancora immaturo, non sa fare switch così rapidi. Non è che non voglia collaborare. È che non riesce a mollare ciò che lo coinvolge così facilmente.

Ecco perché reagisce sbuffando, protestando o ignorando la tua richiesta. Gli serve tempo. Gli serve sentirsi “accompagnato”. 

Perciò, invece di arrabbiarti o costringerlo con la forza prova a entrare nel suo mondo e chiedigli piuttosto: “Sei arrabbiato perché hai dovuto smettere di giocare per andare in bagno a lavarti i denti? Se è questo il problema, proviamo a cercare un modo diverso per dirlo.”

Quando poi si sarà calmato e riuscirà a parlare senza urlare, proponi un compromesso. Semplice, concreto, efficace. Magari può avere ancora 5 minuti per concludere il suo gioco e poi potrà andare a fare altro.

No, non stai cedendo. Stai insegnando. A comunicare, a negoziare, a rispettare senza prevaricare, senza usare il proprio ruolo come leva per ottenere obbedienza.

E quella si che è vera autorevolezza.


Quinto: scopri da dove arrivano certe parole e certi toni

I bambini non inventano nulla. Assorbono. Imitano. Ripetono.

Hanno le antenne sempre dritte e zero filtri. Sentono un tono in un cartone animato, una frase detta da un amico, un’espressione vista in un video… e la fanno loro. Ma non perché l’hanno capita. Perché stanno esplorando. Stanno testando il suono, l’effetto, il potere di quelle parole nuove. È il loro modo di capire come funziona il mondo – e come funzionano loro dentro il mondo.

E quando quella parola o quel tono esce dalla bocca di tuo figlio, tu magari ti irrigidisci. Ma prima di esplodere, chiedigli dove abbia sentito quello che dice. Non per fare l’interrogatorio. Ma per utilizzare quella situazione come un momento educativo. Puoi fargli capire – con fermezza ma senza aggredire – che ci sono modi più chiari e rispettosi per farsi ascoltare. Senza fargli la predica, senza farlo sentire sbagliato. Ma con la stessa naturalezza con cui gli insegneresti a lavarsi i denti da solo o ad attraversare la strada quando il semaforo è verde.


Sesto: rinforza il comportamento che vuoi vedere

Quando finalmente tuo figlio riesce a dirti “Va bene” invece di “Uffaaa!”, non tirare dritto. Fagli capire che l’hai notato. Te ne sei accorta/o.

Sono questi piccoli segnali di crescita – magari imperfetti, impercettibili – che vanno messi sotto i riflettori. 

No, non servono premi, applausi o stelline sul frigo. 

Può bastare una semplice frase: “Era proprio gentile quello che mi hai detto, ti sei impegnato tanto per non perdere il controllo!”.

Il rispetto non nasce dalle prediche, ma dall’attenzione vera. 

Da quei momenti in cui tuo figlio invece di sbottare, sceglie una parola migliore, più gentile. E tu glielo fai notare. Ed è come se gli dicessi: “Ti ho visto e ho capito che stai diventando grande. Che stai trovando il tuo modo di essere nel mondo”.

E quando si accorge che lo noti non solo nel momento in cui sbaglia, ma anche – e soprattutto – quando ce la mette tutta per migliorare, si attiva un pensiero potente dentro di lui: “Ah, quindi posso farcela. Quindi vale la pena riprovare.”

Questi non sono dettagli. Sono la base. Sono i mattoni con cui si costruisce un’autostima solida. Quella che non ha bisogno di applausi per sopravvivere. Ma che cresce perché qualcuno – tu – ha saputo riconoscere i suoi sforzi reali, anche i più piccoli.

Hai due strade davanti a te: o continui a sopravvivere o ti fai guidare

Ed eccoci giunti alla conclusione di questo articolo: hai letto tutto e magari ti sei riconosciuta/o in quello che ho scritto. Hai avuto quella sensazione di sollievo – finalmente qualcosa che ti parla davvero – ma anche un filo di scoraggiamento.

Perché tra quello che hai compreso e quello che riesci a fare ogni giorno, c’è un figlio che ti risponde male ogni sera, un lavoro che ti sfianca, una lista infinita di cose da tenere insieme.

Eppure, se sei arrivata/o fin qui, vuol dire che una parte di te ha riconosciuto che questo modo di vedere le cose ha senso. Che tuo figlio non è un piccolo ribelle da domare, ma una persona che sta crescendo e ha bisogno di guida, di limiti chiari, ma anche di qualcuno che sappia ascoltarlo sul serio.

Hai capito che il rispetto non si impone. Si costruisce.

E se ora senti che da sola/o rischi di tornare sempre alle stesse dinamiche… allora forse è il momento di farti aiutare.

Non da chi ha la formula magica – perché non esiste. Ma da chi sa come trasformare il caos quotidiano in direzione educativa.

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È uno spazio solo tuo, per capire cosa succede davvero tra te e tuo figlio e valutare insieme se iniziare un percorso di consulenza che possa fare davvero la differenza nel vostro rapporto.

Perché no, non è solo una fase.

È un’occasione. E quella giusta, è adesso.

Daniela Scandurra – Pedagogista Montessoriana

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