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“NESSUNO VUOLE GIOCARE CON ME!”. COSA SUCCEDE NEL CERVELLO DI TUO FIGLIO QUANDO VIENE ESCLUSO (E COME AIUTARLO DAVVERO)

Se sei un genitore, probabilmente hai sentito dire a tuo figlio ( o a tua figlia) questa frase almeno una volta.

E quando accade, non importa quanto tu sia razionale: il tuo istinto parte in quarta! 

  • Vuoi proteggerlo
  • Capire cos’è successo
  • A volte, anche aggiustare le cose al posto suo.

Magari parli con la maestra. Cerchi di scoprire con chi ha litigato. Oppure ti fermi e ti fai domande che fanno più rumore dentro che se le pronunciassi ad alta voce: “Sto sbagliando qualcosa?”, “Perché si sente così?”, “E se non fosse all’altezza?”, “Perchè non riesco a renderlo più forte?”, “E se io non fossi una buona madre, un buon padre?”

Lo so, è dura anche solo pensarlo. Ma è quello che tanti genitori si tengono dentro.

La verità è che non stai sbagliando. E non sei neanche un cattivo genitore.
Stai solo reagendo a qualcosa che nessuno ti ha mai spiegato davvero.

Immagina la scena.

Tuo figlio è al parco. Vede un gruppetto di bambini.
Si avvicina con un sorriso pieno di speranza, magari con un gioco da condividere.
Dice: “Posso giocare anche io?”.

Uno lo guarda. L’altro finge di non sentirlo. Un terzo ride e cambia gioco. Nessuno gli dice “no” esplicitamente. Ma è chiaro: è stato escluso.

Lui abbassa la testa. Fa finta di nulla. Si siede per terra. Disegna cerchi con un bastoncino. Ma il suo silenzio…è peggio che se urlasse.

Ecco, ciò che prova in quel momento tuo figlio, non è assolutamente da prendere sottogamba. Perchè, quando viene escluso, respinto o lasciato da solo mentre gli altri giocano— anche se è solo un gioco, anche se succede una volta sola — il suo cervello registra quell’esperienza come un vero e proprio dolore fisico.

Quindi sì, magari non ha un ginocchio sbucciato. Ma dentro, è come se avesse preso una botta.

E quella botta, se ignorata o fraintesa, può lasciare cicatrici che durano anni.

Le Neuroscienze sociali hanno dimostrato che quando qualcuno ci esclude, si attivano le stesse aree cerebrali del dolore fisico. Come quando ci tagliamo o ci fratturiamo una gamba. Questa è la prima cosa che è importante comprendere profondamente, se vuoi aiutare davvero tuo figlio.

Ecco perché a volte, anche se lo abbracci, provi a rassicurarlo o a spronarlo…lui resta comunque chiuso in se stesso. Nervoso. Bloccato. Perché non è solo un momento di tristezza che passa.

È un segnale concreto che il suo sistema nervoso ha subito un forte stress. E come accade per qualsiasi piccola ferita emotiva, se non viene accolta e rielaborata adeguatamente, rischia di lasciare una traccia profonda nel modo in cui tuo figlio vivrà le relazioni future.

Questo vale ancora di più per quei bambini che hanno una sensibilità marcata. Bambini che, se non aiutati, possono sviluppare quella che gli esperti chiamano ipersensibilità al rifiuto.

Una sorte di lente distorta che trasforma la socialità in un campo minato: ogni interazione può essere una trappola, ogni ambiguità un rifiuto, ogni “no” la conferma di un pensiero silenzioso: “Non vado bene così come sono.”

Un pensiero, che se noi genitori non riusciamo a intercettare, può radicarsi profondamente, rischiando di spegnere la spontaneità e l’autenticità dei nostri figli.

Quindi, no. 

Non sei una mamma esagerata se ti preoccupi!

Hai tutte le ragioni per sentire che questa sofferenza merita attenzione. Ma se vuoi trasformare quella preoccupazione in qualcosa che davvero aiuti tuo figlio, devi sapere chel’amore non basta. È fondamentale, sì, ma da solo non è sufficiente. 

Serve una direzione chiara. Serve sapere cosa dire, come agire, quando restare ferma/o e quando intervenire.

È qui che inizia il passaggio dalla reazione istintiva alla risposta consapevole. È qui che smetti di sentirti in colpa o fuori controllo e inizi a diventare una guida sicura per tuo figlio.

In questo articolo scoprirai sette strategie concrete, costruite su oltre vent’anni di esperienza con le famiglie. Non teorie, ma strumenti reali. Pronti per essere usati, uno per uno, con tuo figlio.


STRATEGIE CONCRETE PER GENITORI CONSAPEVOLI (CHE NON VOGLIONO PIÙ SENTIRSI IMPOTENTI)


Non reagire “a caldo”. Gestisci prima le tue emozioni


Quando tuo figlio ti racconta di essere stato escluso, la prima cosa da fare è non reagire impulsivamente. Lo so, vorresti dargli strategie immediate, insegnarli cosa dire, suggerirgli come comportarsi diversamente. Sappi, però, che la fretta di “aggiustare” comunica involontariamente che il problema è grave e urgente. Trasmette il messaggio che l’esclusione è qualcosa di catastrofico, da evitare a tutti i costi, invece di una sfida normale da cui si può imparare.

Perciò, fermati.

Respira.

Il tuo compito non è trovare subito la soluzione perfetta, né cancellare il dolore che prova tuo figlio. È essere un riferimento stabile, una presenza solida che lo aiuta a dare un senso a ciò che sta vivendo.


Convalida ciò che tuo figlio prova. Sempre


Quando tuo figlio ti racconta qualcosa che gli ha fatto male, il suo bisogno principale non è trovare la soluzione a quel problema, ma percepire di essere visto.

Sentito.

Riconosciuto.

Frasi semplici come: “Dev’essere stato davvero brutto” o “Capisco che ti sei sentito solo”, hanno un potere enorme. Perché in quel momento non stai solo parlando: stai costruendo un ponte tra il suo mondo interiore e il tuo ascolto. E quel ponte, nei momenti di crisi, vale più di mille consigli.


Aiutalo a esplorare la situazione (senza giudizi)

Fai domande neutre e aperte:

  • “Cosa è successo esattamente?”
  • “Hai provato a chiedere di unirti al loro gioco?”
  • “Secondo te, perché hanno reagito così? Forse non avevano voglia di fare quel gioco.”

Così stimoli la riflessione. Eviti che tuo figlio resti intrappolato in una narrazione vittimistica. Lo aiuti a guardare la situazione, non solo dal punto di vista delle sue emozioni, ma anche considerando cosa può essere successo agli altri, cosa potrebbe aver frainteso, quali alternative avrebbe potuto percorrere. 


Allena le abilità sociali

Ogni bambino ha il suo modo di stare in relazione. Alcuni si buttano nei giochi senza pensarci due volte, altri restano ai margini, osservano, aspettano. Se noti che tuo figlio ha difficoltà a inserirsi, a negoziare i turni o a rispettare le regole condivise, non giudicarlo — aiutalo.

Puoi iniziare con piccoli esercizi pratici, trasformandoli in momenti di gioco condiviso. Ad esempio:

  • Leggete un libro che tratta di amicizia o esclusione e poi parlatene insieme: “Cosa avresti fatto tu al posto del protagonista?”
  • Inventate insieme delle piccole scenette, utilizzando dei personaggi e ispirate alla vita quotidiana: per esempio, simulate un momento in cui due bambini stanno giocando con un pallone e tuo figlio desidera unirsi. Provate insieme diverse possibilità: “Cosa potrebbe dire per chiedere di partecipare?”, “Come potrebbe rispondere se riceve un rifiuto?”, “Quali parole e gesti può usare per reagire con calma e gentilezza?”. 

L’obiettivo non è renderlo “più simpatico”, ma dargli strumenti che lo facciano sentire più sicuro e capace. Ogni nuova abilità è un piccolo passo verso l’autonomia relazionale.

Ma attenzione: non trasformare tutto in esercitazioni. Deve rimanere un gioco. Il messaggio deve essere: “Proviamo insieme!”, non “Devi riuscirci per forza!”.


Normalizza l’esclusione senza giustificarla

Capita a tutti, prima o poi, di vivere un momento in cui ci si sente messi da parte, anche se nessuno vorrebbe che succedesse. Ed è fondamentale che tuo figlio lo capisca, ma senza sentirsi sbagliato o colpevole per questo. Puoi dirgli, con tono calmo e autentico: “Capita a tutti, anche ai grandi, di sentirsi messi da parte. Non significa che tu abbia qualcosa che non va.”

Ma attenta/o a non cadere nel minimizzare: frasi come “Succede, non farci caso!” rischiano di farlo sentire invisibile, come se la sua sofferenza non valesse la pena di essere ascoltata. Può sembrare una sfumatura, ma fa assolutamente la differenza.

Riconoscere che la sofferenza è legittima — senza drammatizzarla né ignorarla — permette a tuo figlio di sviluppare un senso di realtà più forte e sano: non tutto dipende da lui, ma può imparare a gestire ciò che sente, a capire cosa è accaduto, a trovare risposte dentro di sé e nella relazione con gli altri.


Aiutalo a trovare il suo posto tra gli altri (senza forzature)

Un’altra strada concreta per aiutare tuo figlio è quella di facilitare l’incontro con altri bambini che condividono interessi simili ai suoi, creando occasioni di relazione più affini, meno caotiche, più sicure. Se tuo figlio ama i dinosauri, i puzzle, i libri o i Lego, cerca gruppi o attività che valorizzino questi interessi. 

Potrebbe essere un corso di arte, un laboratorio scientifico, un gruppo teatrale o anche un’associazione culturale con progetti dedicati a bambini e ragazzi.

L’obiettivo non è socializzare “per forza”, ma metterlo nelle condizioni di incontrare chi parla la sua stessa lingua emotiva. In questi contesti, le amicizie nascono in modo più spontaneo e duraturo, perché fondate su passioni comuni e non sull’obbligo di adattarsi.

Attenzione! Evita di riempire ogni momento libero con attività. 

Le esperienze sociali funzionano meglio se sono poche, mirate e soprattutto piacevoli. Non devono essere un altro compito da svolgere, ma un’opportunità sentita e desiderata.


Insegna a riconoscere e aiutare chi viene escluso

La solidarietà guarisce. E può diventare uno strumento potentissimo di crescita emotiva e sociale. Se tuo figlio impara a notare quando un altro bambino viene lasciato da parte — magari durante una ricreazione, un compleanno o una gita — e sa come avvicinarsi, accoglierlo, coinvolgerlo, sta già sviluppando capacità relazionali avanzate.

Puoi aiutarlo ad allenarsi con semplici domande:“Cosa puoi fare quando vedi un compagno escluso?”. 

E quando agisce in modo solidale, fagli notare il valore del suo gesto: “Hai fatto una cosa importante oggi. Quel bambino si sarà sentito visto, grazie a te.” Così tuo figlio non si sentirà solo una vittima, ma anche qualcuno che ha il potere di fare la differenza per gli altri. Imparerà che anche un piccolo gesto può cambiare la giornata di un compagno — e questo lo aiuterà a sentirsi più forte, più utile, più parte del gruppo.


Tuo figlio non va “aggiustato”. Va compreso

Quando tuo figlio si sente escluso, non servono soluzioni geniali o frasi a effetto. Serve che tu riesca a guardarlo come nessun altro. A vedere oltre il comportamento, oltre il silenzio, oltre quella frase buttata lì: “Nessuno vuole stare con me.”

E se in quel momento tu riesci a sederti vicino, senza giudicare, senza correggere, ma solo per esserci… allora stai facendo qualcosa che pochissimi adulti sanno fare: stai offrendo un porto sicuro.

Non per cancellare la sofferenza che prova, ma per fargli sentire che quella fatica può essere accolta, capita, attraversata insieme. E che anche nei momenti più difficili, lui resta lo stesso bambino meraviglioso di sempre.

Quando tuo figlio capisce che non deve cambiare per essere amato — che può essere arrabbiato, deluso, ferito… e tu lo ami comunque — nasce dentro di lui una forza nuova. Una forza che non viene dal sentirsi perfetto, ma dal sentirsi accolto.

Questo è il genitore di cui ogni bambino ha bisogno. 

 E se stai leggendo queste righe, è perché — in fondo — è proprio il genitore che anche tu vuoi essere.


Pronta/o a fare la differenza per tuo figlio?

Se sei arrivata/o fino a qui, significa che quanto hai letto ti tocca sul serio.
Che ci sei dentro.
Che tuo figlio ha già vissuto episodi simili.
Che tu stessa/o, forse, ti senti spesso in bilico tra l’istinto di proteggere e il bisogno di lasciarlo crescere.

E se c’è una cosa che posso dirti con certezza è questa:

Non devi farcela da sola/o.

Ecco perchè ti offro una videocall gratuita. Non una consulenza generica. Un incontro concreto pensato per te, durante il quale analizzeremo insieme

  • cosa sta accadendo a tuo figlio
  • quali segnali ti sta dando e cosa significano
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Non aspettare quando sarà “troppo tardi”.

L’esclusione sociale, se ignorata, lascia segni.
Ma se affrontata nel modo giusto… può essere la base di una grande forza interiore.

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Il momento giusto per agire è adesso.

Daniela Scandurra – Pedagogista Montessoriana

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